Svolgo la mia attività professionale attraverso una ditta individuale che, giuridicamente, ha il mio nome e cognome ma che presento con il marchio "InCerti Percorsi". Una "label", un'etichetta, nient'altro che una specie di avatar che contiene, nel nome stesso, delle chiare sollecitazioni e serve, soprattutto a me, a caratterizzare le cose che più mi appartengono, a sentirle più mie. E anche a valutare, in senso più ampio, quanto le cose fatte traccino una via in assenza di punti di riferimento certi. Un sentiero che mi ha portato a conoscere molto, a fare scoperte e anche a compiere molti errori. Un tracciato spesso stretto, strettissimo, che somiglia alla corda di un funambolo e sul quale si deve stare in perfetto equilibrio. Quello del teatro e dell'arte è un mestiere così. Se lo si vuol fare. Vengono comode al proposito la parole di un grande, mitico vero funambolo, Philippe Petit, che nelle prime pagine del suo "Trattato di funambolismo" avverte:
«Il filo non è ciò che si immagina. Non è l'universo
della leggerezza, dello spazio, del sorriso.
è un mestiere.
Sobrio, rude, scoraggiante.
E chi non vuole intraprendere una lotta accanita
di sforzi inutili, pericoli profondi, trappole.
chi non è pronto a dare tutto per sentirsi vivere,
non ha bisogno di diventare funambolo.
Soprattutto non lo potrebbe.»
Il lavoro del Teatro non potrebbe essere definito in maniera migliore di questa.
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