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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di Andrea (del 22/01/2009 @ 15:05:35, in Storie, linkato 148 volte)
Era un pomeriggio di gennaio. Due giovani dal volto rassicurante bussarono ad una porta. Aprì loro una donna, anziana, nel volto infossato i segni delle insidie di una lunga e triste malattia. Si presentarono. Dissero di essere lì su indicazione, anche se non su esplicito mandato, di un caro parroco. Egli approvava il loro andare e garantiva della loro buona fede, ne aveva parlato anche dal pulpito della sua chiesa. Osservarono bene quella donna, ponderarono l'incertezza dei suoi occhi, la spossatezza dei suoi gesti, la fragilità originata dalla lotta leonina con il male. Videro quel che restava della forza di un tempo. Videro e parlarono. Dissero parole accorte e sapienti, abili, ineffabili. Breve fu la loro visita, presto ripresero il cammino. Lasciarono a quella donna un oggetto ritraente il Cristo e un debito di millecinquecento euro da regolare in cinque anni. La sera quegli uomini si coricarono nei loro letti e dormirono con profondità. Niente scosse la loro anima, nessuna pietà umana, nessun riguardo neppure verso quel Cristo di cui si professavano seguaci e la cui immagine avevano venduto a caro prezzo e del quale non avevano timore.
Di Andrea (del 08/11/2008 @ 18:37:48, in Storie, linkato 249 volte)
Al risveglio una breve fitta alla schiena non aveva lasciato presagire nulla di buono. Tuttavia le cose sembravano andare per il verso giusto. Soltanto qualche minuto più tardi, durante colazione, i muscoli della zona lombare subivano una contrazione d'improvviso, cui seguiva un dolore intenso, attanagliante.
E così mi ritrovavo fermo sulla sedia, in pigiama. E tutto diventava difficile. Persino acrobatica l'avventura dell'infilarsi i pantaloni e, soprattutto, le scarpe. Qualunque azione mi molestava intimamente, richiedeva un sacrificio anomalo, fastidiante.
Fosse stato un altro giorno, pensavo, non mi sarei certo mosso da casa. Ma quel giorno no. Non potevo starmene buono. Dovevo uscire. Se non l'avessi fatto, forse, avrei perduto qualcosa, e insieme con me, forse, qualcun altro l'avrebbe perduta. Per sempre.
Era in quel giorno che sgomberavano il vecchio manicomio della mia città. Le stanze buie, serrate da decenni, si aprivano al mondo, ma fugacemente. Quell'apertura significava la fine. Tutto sarebbe stato spazzato via, via. Via le mura, via le suppellettili, via le cose, che erano appartenute a quel luogo, che erano state testimoni di tanta vita e di tanto dolore.
Un piccolo esercito di operai ignari era lì, pronto per rendere di nuovo alla funzione civile uno spazio che per troppo tempo aveva conosciuto soltanto buio, oblio. Quasi fosse necessaria una lunga stagione di purgazione, perché potesse essere dimenticato l'orrore, perché svaporasse il pensiero delle vite miserevoli che lì erano vissute.
Tempi andati. Ora, scrostati i segni del passato e i fantasmi che essi evocavano, tutto questo avrebbe fatto posto alla Novità.
Avevo dunque poco tempo, soltanto quella mattina, per avventurarmi, con la mia macchina fotografica, dentro quel luogo. E nessun dannato colpo della strega mi avrebbe fermato.
Zoppicando come un vecchio e con il dolore che mi accompagnava ad ogni passo, mi sono trascinato davanti alla porta, finalmente aperta, che immetteva nel corridoio del manicomio. Non c'era ancora nessuno. Gli operai avevano cominciato dall'altro lato, avevo la mattinata a disposizione. Sono entrato.
Perché ero lì? Percorrevo quel corridoio alla ricerca di qualcosa che testimoniasse della vita? Della eco della vita? Quella eco che senza dubbio risuona nelle cose che hanno avuto particolare prossimità con l'umanità e specialmente con il dolore? Ricercavo fantasmi?
Dopo i primi scatti mi sono accorto che quel luogo parlava, sì, ma non di quello che avrei voluto sentire o creduto di dover sentire.
Quelle mura, che io confidavo potessero fare specchio alla vita riportandomene un'immagine per quanto ectoplasmatica, in realtà erano esse stesse vive. Gli uomini, che per lungo tempo le avevano abbandonate avevano reso le cose alla loro solitudine. Il tempo aveva dunque agito. Aveva modellato la materia sì che le tracce umane ora erano confuse e indistinguibili o meglio era come se fossero conglobate in un tutto. Si erano riconciliate con le cose.
Non avevo trovato quello che cercavo. Ma dell'altro avevo trovato. Cercavo i segni della vita umana e avevo trovato la metafisica delle cose, un'altra dimensione in cui tutto si ricomprende, la lenta, paziente fatica del tempo che mescola e confonde. Che di un graffio inferto sul muro da una mano d'uomo fa un unico disegno con i licheni che dal di dentro sgretolano l'intonaco in cui quel graffio è inciso.
Questo ora mi sembrava dovesse essere colto. Non più il dolore, ma la pace, non la morte, ma la tenera, lieve carezza del tempo sulle cose.
La coltre di polvere in cui tutto era immerso era calata, con leggerezza gentile, anche su una foglia penetrata chissà quando dai vetri squarciati delle finestre e che ora era lì, davanti ai miei occhi, quasi reclamasse di essere fissata in quell'istante per l'eternità. Il tempo delle cose è così diverso da quello degli uomini, pensavo mentre scattavo la foto. Riuscissi a fissare davvero quella forma e cogliere quella meravigliosa ed effimera unità.
Il tempo degli uomini stava per tornare. Essi, che per distrazione o incuria, avevano lasciato per lunghi anni quel luogo come un'isola dimenticata, ora stavano per riprenderselo, lo riportavano alla "loro" vita. Altre storie quelle pareti avrebbero visto e altre grida, altri pianti e altre feste finché il tempo delle cose, nella sua infinita pazienza, non sarebbe tornato a coprirle di nuova polvere.
Ma non proprio tutto sarebbe scomparso mi dicevo, mentre - la schiena sempre più dolorante - mi trascinavo con fatica fuori, nella luce. A me è giunto il messaggio della foglia e forse qualcun altro l'apprenderà dall'immagine di lei che, gelosamente, custodisce la fredda memoria di silicio della macchina fotografica e, forse, anche da quella più calda, misteriosa e romanzesca fissata nella materia grigia del mio cervello.
Le fitte alla schiena erano ormai pressoché insopportabili. Non c'è cosa che si comprenda che non richieda dolore, pensavo.
La foglia in terra
Di Andrea (del 16/08/2008 @ 22:18:06, in Storie, linkato 789 volte)
"Ducunt volentem fata, nolentem trahunt" Seneca, Epist, 107, 10.
Ed eccole, finalmente, sulla sommità del canalone di ghiaia bianca, stagliarsi improvvise le guglie improbabili delle lame rosse. Cesellate in migliaia di anni di erosione e di lavorìo delle acque e del vento. Sembrano piantate lì da un mago burlone che ha voluto incistare nello spazio boschivo consueto e familiare delle nostre montagne un frammento di terra spostato da luoghi lontani ed esotici, monoliti anatolici o dune sahariane.Opportunamente nascoste allo schiamazzo ferragostano che aggroviglia masse umane qualche centinaio di metri più a valle, e che da lassù più non si ode, non sono certo inaccessibili, ma neppure alla portata di chi non voglia render loro un giusto tributo in fatica e sudore.Me ne sono accorto alla prima rampa del sentiero che dalla diga del lago di Fiastra si inerpica verso l'alto. Una salita che da ragazzino avrei affrontato spavaldamente, quasi di corsa, e che ora invece mi ha presentato il conto spezzandomi il fiato e mostrando impietosamente il mio "fuori allenamento".Comunque, stretti i denti e superato l'immediato empasse, le gambe hanno cominciato via via a carburare, gli scarponi a mordere il terreno con più forza, i muscoli a sciogliersi e le piante dei piedi ad abituarsi al fondo pietroso del percorso. Un po' più di un'ora di cammino, neppure troppo aspro, per giungere al canalone. Una lingua sassosa bianca e scoscesa sulla cui sommità ecco apparire le guglie rosse.E ti chiedi come sia possibile che stiano lì, enormi e fragili, che ti sembra di poterle sbriciolare con un semplice cucchiaio, che ti sembra che alla prossima pioggia possano scomparire in una colata di fanghiglia rosso arancio. E ti chiedi quale sia la forza che permette loro di sfidare il vento e il tempo, di resistere caparbie in barba alla furia degli elementi.Poiché, razionalmente, non potrebbero esistere. La materia di cui sono fatte è inconsistente, un agglomerato friabile di pietrisco sottile e polvere rossiccia che forma un castello dalle torri di sabbia alte decine di metri che sembra in ogni istante pronto a dissolversi per sempre nell'informe. Pure le lame rosse permangono in quel canalone da tempo immemorabile.Nella loro immobilità silenziosa e arcana è forse nascosta una forza che per essere scorta pretende un punto di vista diverso e faticoso. Forse quelle forme, lungi dal vivere per sfida, esistono proprio perché in perfetto accordo con quella pioggia e quelle correnti che sfiorandone, carezzandone le delicate figure e imprimendo in loro quelle eleganti e ardite volute, non le distruggono. Esse, forse, sono così perché così vuole il vento. Esistono nel loro tempo, infinitamente più lungo, dilatato, del nostro - cui ci è dato tuttavia il privilegio di scorgerle - apparentemente immobili e ieratiche ma invece in incessante trasformazione. Due mondi opposti si scrutano quando un uomo affaticato, come lo sono stato io ieri, giunge al cospetto di quelle sculture metafisiche. Il nostro mondo di uomini, alla continua ricerca di un posto in una natura alla quale, per tracotanza o idiozia, sentiamo di non appartenere del tutto, e il mondo delle cose docili al loro destino, perfettamente aderenti al volere della natura sì da farsi opere d'arte del vento e delle acque. Due mondi e due tempi, incommensurabili e un'unica esistenza dalle forme effimere e cangianti. Mi risuonano alla mente le parole gigantesche di Prospero: «Sono finiti i nostri giochi. Questi attori, come ti avevo detto, erano solo fantasmi e si sono dissolti nell’aria, in aria sottile. E, come l’edificio senza basi di questa visione, anche gli alti torrioni incoronati di nuvole, e i sontuosi palazzi, ed i templi solenni, e questo stesso globo immenso, con le inerenti sostanze, dovranno dissolversi. E, come l’irreale spettacolo appena svanito, svaniranno senza lasciare traccia di sé. Noi siamo della materia di cui sono fatti i sogni e la nostra piccola vita è cinta di sonno»1. Al ritorno verso casa la luna, ignara, squarciando le nubi che veloci transitavano sul mare, mostrava il suo sguardo indifferente. Era come quello delle fragili lame di pietrisco rosso che sanno che l'unica libertà consiste nel consentire che il destino compia il suo ineffabile corso, nel lasciarsi modellare da esso e farsi così, nel tempo che ci è concesso, opere d'arte.1) W.Shakespeare. La Tempesta, atto IV°, sc. I
- Le lame rosse -
Di Andrea (del 18/11/2007 @ 21:58:57, in Storie, linkato 296 volte)
Giorni fa ho ritrovato per caso, nascosto tra alcuni libri, un vecchio quaderno pieno di appunti che avevo pressoché dimenticato. Si tratta di un diario. L'ho scritto nel 1995 durante il mio ultimo viaggio in Romania. Dal 1990 al 1993 mi sono recato spesso in Romania; alternavo viaggi e soggiorni, ospite di una famiglia a Bucarest. E' lì che mi sono definitivamente avvicinato al mondo del teatro. Direi che quell'esperienza ha avuto un'importanza fondamentale per la mia vita. Il mondo che ho conosciuto allora era estremamente diverso dall'Occidente. Così incomparabilmente diverso da quello a cui ero abituato. Era come entrare ogni volta in una macchina del tempo. Dal '93 al '95 ho diradato sempre più le mie presenze per poi decidere di non tornare più. Qualcosa stava cambiando, stava cambiando molto velocemente e quel cambiamento non mi piaceva affatto. Mi sembrava di vedere con i miei occhi ciò di cui non avevo, per ragioni anagrafiche, potuto avere esperienza in Italia. Quel passaggio rapido e definitivo da un mondo tutto sommato arcaico al mondo contemporaneo. Quello che così bene Pasolini ha descritto parlando del mutamento antropologico della nostra gente. Oggi la Romania è un paese della Comunità Europea. Non riesco neppure ad immaginare se ancora esiste la Romania che io ho conosciuto. Temo sia stata spazzata via dalla bufera di omologazione di questi anni oscuri quant'altri mai. Oggi la nostra decadenza e la loro sprezzante, furiosa vitalità, che prelude alla fine dell'innocenza, e segnerà il passo della futura nemesi. "L'Occidente è un cadavere che cammina", diceva Cioran, e me lo ripeteva spesso una mia amica romena, di straordinaria cultura e intelligenza. Bene, oggi anche la Romania è "Occidente" e sta vivendo l'ubriacatura vitalistica che abbiamo vissuto noi tra gli anni cinquanta e sessanta. A noi i problemi, a loro la "crescita"... per ora. Quello che stiamo vivendo oggi ha avuto inizio molti anni fa. E' interessante rileggere tutto questo tra le righe del mio vecchio diario di cui pubblico alcuni stralci, i primi due relativi al viaggio di andata e l'ultimo al ritorno.
Sabato 28 ottobre 1995 ore 14.45 Inauguriamo quaderno e penna sull'autobus OGNIVIA partito or ora da Bologna per portarmi a Bucarest. Ancora una volta a Bucarest, un itinerario consuetudinario per me, eppure anche nuovo. La questione è che stavolta il mezzo con cui muovo alla meta non è l'aereo, ma l'autobus. Un mezzo lento, quasi indisponente, vincolato alla terra. Dai finestrini scorre, lento, il territorio che l'aereo, con noncuranza, annulla nel suo balzo rapido e potente da pista a pista. L'autista, rispettosamente, procede nei limiti di velocità. Lo attendono, come attendono noi, duemila chilometri di asfalto, ora che, superata Bologna, la prua è rivolta verso Venezia e quindi verso il confine del Belpaese. Il pullman è comodo, i sedili sono disposti in maniera che le gambe non risultino costrette e sofferenti. Regna però nell'aria uno sgradevole odore di benzina o petrolio, segno che, già in quest'autobus, siamo in Romania, la terra dove anche le cose nuove hanno un aspetto decadente e trasmettono una sensazione di tristezza, quasi non riuscissero a vivere neppure un istante di splendore e conoscessero solo una possibilità, quella di diventare rifiuti di se stesse. Cose nate già come rifiuti. Lo spettacolo dal finestrino mostra la bassa padana immersa nella sua naturale foschia che avvicina l'orizzonte e ne rende incerto il confine, consentendo a volte uno squarcio visivo su una casa colonica o su una cipressaia un po' più lontana rispetto a quella su cui sembrava che lo sguardo dovesse fermarsi. Ciò che si vede è solo questo: casupole e cipressi, vicini e lontani, visibili o quasi invisibili, che scorrono, con moto uniforme, i più prossimi in direzione contraria alla marcia dell'autobus, i più distanti incrociando con quelli, dando all'osservatore l'illusione che lo seguano, come guardiani lontani, suoi protettori nell'andare. Sono le 15.32. Un'ora di viaggio.
Domenica 29 ottobre 1995 ore 11.23 (ora di BUH) Siamo ancora in viaggio, con un numero imprecisato assai alto di ore (forse cinque) di ritardo sul programma. Tant'è che ancora ci troviamo in Ungheria e a duecento chilometri circa dal confine quando dovevamo già da più di un'ora trovarci a Oradea, in Romania. Di questo passo forse riusciremo ad arrivare a Bucarest per le due di notte, ma non è detto, poiché abbiamo ancora una frontiera da passare. E sì; gran parte del tempo perduto se ne è andato alle frontiere. L'italiana ci ha fermato per due ore, l'ungherese per altre due ore e mezzo; e non a torto. La maggior parte delle persone in quest'autobus era illegalmente in Italia, ha dei passaporti non in regola e via dicendo. Qualcuno esce con foglio di via; tra tutti ci salviamo in tre o quattro: io, un altro italiano, con il quale si è instaurato subito una specie di "sodalizio", insomma, ci si para il culo a vicenda, e una coppia regolare con tanto di visti consiliari e via dicendo. Il resto assomiglia ad una ciurma di ammutinati. Tutti in cerca di un qualsiasi pirata che possa in qualche maniera ricondurli, senza visto, attraverso percorsi tortuosi, proprio in Italia, in quell'Italia dalla quale stanno fuggendo o sono stati espulsi. Il nostro mondo conosce ormai questo avvicendarsi incessante di masse umane che giornalmente attraversano confini in maniera più o meno fortunosa, tra dazi, dogane e doganieri, cercando chissà quale improbabile fortuna in un Occidente che dal di fuori sembra un po' l'America ma che a ben vedere non è altro che la vecchia Europa dei nazionalismi e delle bandierine con il maquillage rifatto, come una vecchia signora che nasconde le magagne dietro al lifting e ad una buona dose di cerone (e che se la guardi da vicino fa un po' schifo). C'è un tipo qui che ha una gamba rotta. La sua ingessatura però è mostruosa. Enorme. Decisamente sproporzionata e irregolare. Io dubito che un medico abbia mai potuto praticare un intervento così approssimativo e maldestro. Qualcuno dice che dentro ci porta qualcosa... Fatto sta che poco prima della frontiera tra l'Italia e la Slovenia l'autobus si è fermato e questo tipo è sparito. Ce ne siamo accorti, io e l'altro italiano, dopo un po' che eravamo ripartiti. Insieme a lui, mi pare, anche un altro, almeno, e forse altri due sono spariti. Qualche decina di chilometri dopo la frontiera l'autobus si è rifermato e dopo quindici minuti è ripartito. Come per magia, abbiamo ritrovato il tipo con l'ingessatura mostruosa di nuovo seduto al suo posto. Ore 12.00 - pausa - il pullman si ferma in mezzo alla strada, qualcuno deve assolvere alcune funzioni biologiche elementari (o qualcun altro deve sparire prima della nuova frontiera...). L'Italia è lontana, alle nostre spalle.
Sabato 4 novembre 1995 ore 15.45 (ora di BUH) Siamo fermi presso una "stazione di servizio" sulla strada che porta a Cluji. L'aria è fredda, pungente. Nevischia. Il paesaggio intorno è brullo, anche le sterpaglie sembrano come essiccate, non si sa se dal vento gelido di ora o dal sole, che dicono abbia battuto i giorni scorsi. Per la strada, dissestata, circolano rare automobili, per lo più vecchie "Dacia" oppure "Olcit" - che sono poi rifacimenti delle Citroen Visa - o ancora vecchi scalcinati modelli di Fiat, Wolkswagen, ecc... Qui non passano neppure le "Cielo", la novità della Bucarest di quest'anno. La "Cielo" è un'automobile prodotta per la Romania dalla Daewoo. Bucarest ne è letteralmente invasa. Si presenta bene. A guardarla somiglia un po' ad una Renault Laguna o giù di lì. Le colorazioni sono belle, in linea con quelle dei modelli occidentali migliori, è una tre volumi, un'auto signorile insomma. Pare ben accessoriata. Il costo? Sedici milioni di lire. Meno di una Fiat Uno. Mi sono domandato subito dov'è l'inganno. E l'inganno c'è, ed è subito evidente se, invece di guardarla di lontano, ci si avvicina o ci si sale sopra. Io ci sono salito, e allora? Allora quella bella scocca colorata e metallizzata si scopre dello spessore di un foglio di carta, gli interni appaiono fragili e dal tessuto scadente, il motore? Non ne parliamo, borbotta e sembra quello di un motocarro. Nell'insieme tutto dà una sgradevole sensazione di estrema instabilità. Insomma questa "Cielo" è un cesso, mascherato da salone imperiale. Ecco. La Daewoo Cielo è l'immagine precisa di questa Romania nuova e in qualche modo segna la direzione che questa sta prendendo. Se non si può essere bisogna almeno sforzarsi di somigliare. Da lontano qualcuno può crederci; meglio però non farsi poi avvicinare troppo. Ho paura che il nuovo corso della Romania sia proprio questo. Dare ad intendere quel che non è. Ed è un nuovo corso molto pericoloso per noi. Debbo smettere di scrivere. la strada è così dissestata che non si riesce a tenere più la penna in mano....
Di Andrea (del 23/05/2007 @ 17:53:39, in Storie, linkato 294 volte)
[Avete ragione, signori, invadete la terra; essa appartiene alle persone forti o abili che sanno impadronirsene; voi avete approfittato dei tempi [..] per spogliarci di quanto spettava a noi e per calpestarci, per ingrassarvi con le sostanze degli sventurati: badate che non arrivi il giorno della ragione.]
Voltaire, Dizionario Filosofico
Ancora nel diciassettesimo secolo era in uso, presso le terre lombarde sotto sacco degli spagnuoli, una consuetudine: che il villano dovesse al padrone la prima parte del raccolto. Detta pretesa dello padrone non veniva mai meno, sia che la terra desse frutti in abbondanza, sia che fusse arida per un periodo di carestia. Quando questo secondo evento si verificava lo padrone pretendeva allo stesso la prima parte del raccolto, ma al contadino non restava più nulla e spesso intiere famiglie morivano miseramente di fame. Detta consuetudine aveva nome “angherìa”, e rimase in uso finché l’illuminata persona del Cardinal Federigo Borromeo, ricordato nella storia come omo di speciale intelligenza e carità, non la fece abolire sulle sue terre, in quanto la giudicò una intollerabile soperchieria, un atto di odiosa e avvilente sopraffazione. Tempi antichi quelli, oscuri, nei quali violenza e crimine venivano compiuti in maggior grado dalli stessi che avevano privilegi e legiferavano per sé soli1. Tempi che, oggi, sentiamo tanto più lontani quanto più grande è la certezza per noi che niun privilegio dell’evo antico ha più modo di essere in una società le cui magnifiche sorti e progressive sono sotto gli occhi delle moltitudini.2 Nondimeno pare che la mala pianta della cupidigia e del delitto torni ad attecchire anco in questi nostri tempi virtuosi. Ma ecco che alcuni omini probi3, che hanno in cuore l’animo della servitude nei confronti delle genti, ed hanno, loro malgrado4, accettato il gravoso compito5 di reggere la sperduta greggia governandola al bene, accortisi che alcuni di detta feccia avevano nella loro industria risoluto di non adempiere al sacro dovere della contribuzione alle pubbliche esigenze, si sono oltremodo studiati acciocché possa la comunità tutta gioire con nove fonti di ricchezza. Uno omo delli altri ancor più probo6 mise l’ingegno suo a codesta prova. Esso con saggia veggenza e con l’ausilio di opportuna negromantica sapienza, ha previsto financo quanto ogni cittadino abbia a dichiarar di aver procacciato nell’anno dei suoi commerci, e posto il caso che un di essi non possa ritenersi al paro di quelli certi indizi, legiferò che nulla egli puotesse se non versare comunque la somma da esso stabilita. In siffatto modo certo è che la pubblica cassa trovi novelli danari ed aggiunga un fresco tesoro7 a rinvigorire le necessarie elargizioni di codesti probi signori. Ma alcuni omini cavillosi, importuni personaggi, avendo essi malaugurata abitudine all’esercizio della grigia materia circonvoluta, hanno a ribattere a codesto omo buono, che nessuno può sospettar di malignerìa8, che tale norma apparrebbe una vessazione e forse sarebbe anco di corto cervello perocché, qualo omo che fusse in opera di gabbar lo Stato non coprirebbe al minimo della richiesta lo suo debito e dipoi, libero e impunito, proseguirebbe con volto invetriato a nascondere in grandissima parte lo suo procacciamento? Nondimeno, qualcuno onesto omo potrebbe incappare in quelli riguardi non avendo in sé commesso alcuno delitto, ma per semplice motivo che nell’anno del suo commercio gli fusse capitato un periodo disgraziato e, a guisa di quelli poveri omini di cui prima si discorreva delli passati tempi, corra quindi lo pericolo di rimaner calpestato, senza nulla colpa, a pianger amarissimamente le disperazioni sue. Altri omini, più belluini assai, dichiarano con certezza di pensiero che tale norma fusse assurda e ignominiosa perocché non si cura in niuna maniera del vero, ma gli è abbastante rapinar dalli più disgraziati il più possibile e lasciar così sguinzagliati a sbeffeggiar li poveri omini dei nuovi Roderighi li quali hanno abbastanza bravi da poter risultar perpetuamente impuniti alla faccia della santa giustizia. Che a volerli pigliar tutti, per lo vero, sarebbe abbastante riguardar le agiatezze in cui essi omini si pasciono nello sprezzamento dello misero stato in cui versa la maggior parte dello popolo ma che furse non è convenievole per li legislatori istessi andar a disturbar color li quali dipoi li traghettano nelle più dorate stanze delle loro fortune. Questo racconto è qui messo per isvagamento del lettore e a considerazione delli tempi antichi e delli presenti e di quanto le sorti del mondo abbiano a cambiare nel corso dei secoli.
Note
1- Il numero dei condannati in terzo grado di giudizio (quindi criminali accertati e non più presunti) per reati di ogni specie, da quelli finanziari (per la gran parte) a quelli contro la persona, fino all’omicidio, presenti nel Parlamento Italiano è ad oggi di 25 unità (www.beppegrillo.it/condannati_parlamento.php), se si aggiungono gli indagati, avvisati ecc.. il numero sale a 82, cioè il 10% del Parlamento. Dal che se ne deduce che il tasso di criminalità presente in Parlamento supera di gran lunga, in termini percentuali, quello dei luoghi più degradati del Paese, ad esempio i quartieri spagnoli di Napoli…
2- Un parlamentare dopo due anni e sei mesi di legislatura ha diritto a una pensione milionaria, ha l’immunità contro i reati, si muove gratis con automobili scortate, aerei privati, paga in nero (quando li paga) i suoi portaborse.
3- Vedi nota n.1
4- L’ultima legge elettorale, definita da uno dei suoi stessi estensori “la porcata”, e denominata quindi “Porcellum” in contrapposizione al precedente “Mattarellum”, impedisce al suddito elettore di scegliere le persone che andranno in parlamento demandando la questione ai partiti politici che fanno come pare a loro.
5- Lo stipendio di un parlamentare si aggira sui 15.000,00 euro al mese a cui vanno aggiunti tutti i privilegi di cui alla nota 2
6- Vincenzo Visco, ideatore dei famigerati "studi di settore", nonché condannato in via definitiva per abuso edilizio.
7- Si parla da un po’ di un “tesoretto” di entità e provenienza non troppo chiara…
8- Accusato di aver fatto pressioni per trasferire alcuni ufficiali della Guardia di Finanza che stavano indagando su fatti spiacevoli il Visco ribatte sui giornali che lui non si comporterebbe mai così male… (se lo dice lui dobbiamo fidarci).
Di Andrea (del 07/04/2007 @ 21:21:23, in Storie, linkato 270 volte)
Consentitemi uno sfogo. Me lo debbo, dopo i giorni di passione (tra l’altro è Pasqua) che ho passato. La vicenda che sto per narrare insegna, se mai ce ne fosse bisogno, di come siamo tutti ostaggi di alcuni personaggi incredibili, arroganti e ignoranti, responsabili di deturpazioni, sfregi e delle porcherie incalcolabili cui siamo purtroppo tristemente abituati. Spezzerò anche una lancia, stavolta, a favore di alcuni amministratori locali, anch’essi ostaggio, spesso, di questi tristi figuri. Cominciamo daccapo. Dopo mesi di prove e di un lavoro scrupolosissimo su testo, intonazioni, intensità, azioni (un lavoro che tutti quelli che fanno teatro dovrebbero fare), giunge finalmente l’ora di portare in scena il mio ultimo spettacolo. Si tratta di un monologo, austero ed essenziale, fatto di poche cose, tutte decisive. Prendo contatto con gli amministratori di una cittadina che possiede uno spazio recentemente ristrutturato, un cine teatro che non ha lo squallore di altri spazi equivoci, ma che conserva una dimensione accogliente, adatta insomma alle caratteristiche del mio lavoro. Propongo la prima e l’Assessore competente accetta con entusiasmo. La mia richiesta formale viene approvata dalla Giunta Comunale in brevissimo tempo, tutto fila liscio ed io mi concentro negli ultimi ritocchi dello spettacolo, negli inviti e negli adempimenti burocratici del caso (permessi e quant’altro). A tre giorni dalla prima conduco il rituale sopralluogo dello spazio scenico. La giovane impiegata dell’ufficio cultura mi dice di passare all’ufficio tecnico e farmi dare la chiave del teatro. Lo faccio, entro nella sala, al buio, sul palcoscenico campeggia, a chiudere completamente il boccascena, il grande schermo cinematografico, messo lì dall’attuale gestore dello spazio. Controllo il palco, dietro lo schermo tutto va bene, vi è una discreta dotazione di luci, gli impianti hanno tutto ciò che serve. Bene, torno in ufficio dall’impiegata di prima, dico: “tutto ok. Basta togliere lo schermo e non ci saranno problemi”. L’impiegata mi guarda e dice: “aspetti un attimo”, prende il telefono e chiama il capo operaio. Capisco dal tono che ci sono problemi. Me lo passa e dalla telefonata apprendo che lo schermo è intoccabile, che non può essere assolutamente spostato da lì, che sarebbero necessarie ore di lavoro, che agli operai non sono pagati gli straordinari, che insomma io per lo spettacolo potevo, in buona sostanza, farmi bastare lo spazio che c’è tra lo schermo e la platea (un sottile aggetto, senza nessuna possibilità di illuminazione). Io rimango un attimo allibito, dall’altro capo del telefono, la voce sardonica di quel tipo mi sta dicendo che il mio spettacolo dovrà andare in prima senza luci e con un schermo cinematografico dietro. E che non c’è niente da fare. Non posso crederci. Ho fatto spettacoli in decine e decine di cine teatri e lo schermo dappertutto può essere facilmente spostato. La giovane impiegata dell’ufficio mi consiglia di metter qualche luce colorata così lo spazio diventa più bello… il dialogo è surreale, luci colorate? Perché no… anche un albero di natale, delle petunie… Telefono all’Assessore. Mi dice che delle questioni tecniche si occupa l’ingegnere dirigente dell’ufficio tecnico, che lo contatterà, che farà il possibile. Lo fa davvero, l’Assessore contatta l’ingegnere che gli conferma che lo schermo è inamovibile. Che non hanno il personale per poterlo spostare e che io mi dovevo accontentare di quel che c’era (niente). L’Assessore mi telefona e, in evidente difficoltà, mi conferma che non può nulla. Che lo schermo non si sposterà. Io impazzisco, la notte cerco di pensare a impossibili soluzioni, il risultato è sempre quello, uno spazio squallido, la prima rovinata. Penso di far saltare lo spettacolo. Ma un giorno prima dovrei contattare tutti gli invitati, e tirare uno scherzo brutale all’attrice, in giusta tensione. Poi rimandare a quando? E dove? La mattina del giorno precedente la prima noleggio delle luci e delle piantane (sigh!) in un estremo tentativo di aggiustare la cosa, mi reco con la disperazione nel cuore a teatro. Mentre sto entrando vedo uno che mi fa cenno, è il Sindaco. Si avvicina, gli dico del problema, dice che già sa tutto perché un altro Assessore , anch’egli allertato, gli ha telefonato e che non debbo preoccuparmi, che tutto sarà a posto. Come sarebbe, dico io, qui mi si dice che spostare lo schermo non è tecnicamente possibile. Lui ribadisce di non preoccuparmi, ordina ad un suo collaboratore lì presente di parlare subito con l’ingegnere, che lo schermo deve essere spostato. Andiamo insieme dall’ingegnere. Questo personaggio, a capo dell’ufficio tecnico, si esprime in un italiano approssimativo che ricorda quello di alcuni agricoltori dell’entroterra maceratese. Sbuffando, con l’espressione contrariata, mi dice che se il Sindaco vuole togliere lo schermo non si deve lamentare poi se le strade sono sporche per Pasqua, che deve far spostare una intera squadra di operai che in quel momento si occupano di cose importanti, tutto questo con l’aria di chi la sa lunga ed è pure infastidito dalla presenza lì di uno di questi “artisti” (cioè io), parassiti che pretendono da lui e dagli altri fatiche immani per le loro sciocche bagatelle. Il collaboratore del Sindaco comunque è categorico. Lo schermo deve sparire. Me ne torno a casa, dieci minuti (DIECI MINUTI) dopo mi chiamano al telefono. E’ il collaboratore del sindaco. Lo schermo è GIÀ STATO SPOSTATO. Nessun operaio è stato impiegato. E’ bastato l’omino del cinema, che non ha neanche faticato, perché c’è un argano a motore ed è sufficiente premere un pulsantone rosso per farlo sparire. Nel giorno e mezzo successivo lo schermo del cinema è stato spostato su e giù per almeno cinque volte, senza problemi. Lo spettacolo è andato in scena regolarmente e Giulia (l’attrice protagonista) ha condotto la sua performance in maniera splendida. La mattina del giorno dopo mi reco a teatro per smontare le attrezzature. Lo schermo era già in posizione per la serata cinematografica. L’omino era venuta la sera e nei consueti cinque minuti l’aveva risistemato. Nessun operaio del comune si è mai fatto vedere, né in quei giorni alcuno è stato distratto dalle pulizie pasquali delle strade. Rimane la consapevolezza di essere tutti, semplici cittadini e, questa volta, anche volenterosi amministratori comunali, ostaggi di una burocrazia deficiente e ricattatoria, pagata da noi, che invece di essere al nostro servizio persegue evidentemente altri scopi.

Giulia in un momento dello spettacolo (... senza petunie)
Di Andrea (del 04/02/2007 @ 14:20:07, in Storie, linkato 228 volte)
Ci sono stati anni e anni nei quali la musica è stata per me qualcosa di assoluto, imprescindibile. Ricordo che durante l’adolescenza, quando stavo imparando a suonare, portavo la chitarra con me in ogni momento. Rompevo i coglioni a tutti con i miei esercizi. Un maniaco della tecnica e della precisione. E’ che avevo paura di perdere agilità, dovevo suonare. Sempre. Ho comprato naturalmente molte chitarre, di varie liuterie, fino alla mitica Ramirez, lo strumento dei sogni. Ma l’ultima chitarra che ho comprato ha avuto una storia strana. Non era uno strumento di particolare valore. Era una chitarra di un mio amico che in gioventù aveva provato a suonare ma aveva lasciato. Uno strumento spagnolo, industriale, trattato molto, molto male: osso del ponticello scheggiato (aveva montato per errore delle corde di metallo… terribile), meccaniche bloccate e inservibili, solo quattro corde rimaste, il Mi basso e i tre cantini, che però avevano, incredibilmente, un suono potentissimo. La classica chitarra venuta bene tra tante anonime - dico - a vederla non gli dai un soldo di fiducia e invece, quei cantini che sparano come fucili, un suono impressionante. Me ne innamoro, l’acquisto per niente, cinquantamila lire, il mio amico tanto non suona più da anni, la tiene buttata per terra, tutta impolverata. Ha preso un sacco di botte ma il manico è ancora dritto. L’acquisto e mi dico, la porterò da un liutaio, la renderò suonabile, voglio sentirla bene. Una settimana dopo l’acquisto viene a casa mia un amico, chitarrista di grande fama. Vede la chitarra, è su un supporto a terra, la prende in mano, gli spiego come l’ho avuta, la guarda: “legnaccio” mi fa. Non vale granché. Poi suona sui cantini, cambia espressione, “quanto la metti?” mi dice, io gli dico che no, non la vendo, l’ho comprata per portarla da un liutaio e suonarla. La rimette al suo posto e, un po’ contrariato se ne va via. Ora non ho più dubbi, debbo farla rimettere in sesto. E invece passa il tempo, la chitarra rimane appoggiata in casa mia senza che io la tocchi. Qualcosa sta cambiando. E’ che mi sono avvicinato al canto, poi al teatro, al cinema. La musica è rimasta sempre importante. Quasi la base sulla quale ho costruito tutto il resto. Ma la chitarra, lo strumento che portavo sempre con me dappertutto è rimasto lì, sono stato assorbito da altro. Ho scoperto che potevo vivere anche senza suonare. Ho cambiato casa, ho portato la Ramirez con me. Spartiti, libri, tutto in un cassetto. Per cinque anni praticamente non ho toccato chitarra Ogni tanto mi chiedevo se le mie mani sarebbero state ancora in grado di essere minimamente precise, se qualcosa era rimasto. Ho continuato però a curare le unghie della mano destra, con la precisione, la maniacalità di cui sono capaci i chitarristi, come se fossi ancora un chitarrista, dicevo. Ogni tanto, tornando nella casa dei miei genitori, guardavo in un angolo la chitarra acquistata per niente, lì, buttata in un angolo e piena di polvere. La porterò da un liutaio dicevo e suonerà ancora, ma ci credevo sempre di meno. Forse il suo destino era proprio quello, era stata costruita per prendere botte e rimanere in un angolo impolverata, con i suoi cantini che sparano come fucili. Un mese fa apro la custodia della Ramirez. E’ saltato il La. Guardo la chitarra, mi sembra come se vedessi qualcuno che sorrida e mi accorgessi della mancanza di un incisivo. Vado in un negozio di strumenti musicali, prendo una muta di corde. Cambio il La mancante, accenno a suonare. Mi stupisco, ancora le mani vanno. Certo, la precisione di un tempo non c’è, ma vanno, meglio di come pensassi. Prendo uno spartito, uno studio di Sor, roba da quinto anno, lo eseguo, viene. Alla fine le mani sono un po’ stanche, perdo precisione. Ma sento qualcosa, qualcosa che mancava da tanto tempo. Non decido niente. E’ che mi trovo sempre più spesso a suonare, le mani non si stancano più, certe cose sembra vengano meglio adesso piuttosto che cinque anni fa. Torno a casa dei miei genitori. Guardo nell’angolo. L’ultima chitarra che ho comprato è lì, ancora con le sue quattro corde, l’osso del ponticello scheggiato, le meccaniche inservibili e i tre cantini che sparano come fucili. Devo portarla dal liutaio mi dico. Poi mi fermo. Ho capito che non la porterò dal liutaio. No. L’aggiusterò io stesso. La prendo, la spolvero, la guardo. Tutto accade in un pomeriggio. Tolgo le corde, smonto le meccaniche, prendo delle pinze, spero che l’osso del ponte non sia incollato, vado per estrarlo, si spezza e una parte rimane incastrata nel ponticello. Dannazione, era incollato, non mi perdo d’animo, prendo una seghetta da traforo pian piano sego la parte centrale dell’osso incastrato, creo un solco abbastanza largo, poi prendo una limetta per le unghie e passo due ore a limar via l’osso in più. Spero di non sbagliare. Una mossa falsa e la chitarra è spacciata. Tutto va bene. Vado in negozio prendo meccaniche nuove, corde nuove e l’osso per il ponte. Inserisco il tutto, il ponte regge. La chitarra è salva. La accordo. Dopo più di quindici anni è di nuovo a posto, il manico sempre dritto, nonostante le botte. Provo a suonare. I cantini sparano a meraviglia, ma anche i bassi non scherzano. La classica chitarra venuta bene tra tante anonime. Ora sì, sono pronto.
Di Andrea (del 27/11/2005 @ 13:46:25, in Storie, linkato 189 volte)
«Vojo anna' giù a Terracina, a fa' merenda in terra piana, vojo magnamme na' vaccina e na' pecora co' tutta la lana».
[La canzone di Stracci ]
In questo periodo tutti parlano di Pasolini, ne scrivono, lo rappresentano. Niente di male. Dei morti ci si ricorda il due di novembre. Dei morti eccellenti ci si ricorda anche in grande stile quando la numerologia fa fare conto tondo. Questo è il trentennale (della morte) e giù! Se si rappresenta Pasolini, può darsi che ci scappi qualche data in più. Io Pasolini non l’ho conosciuto direttamente, quando hanno trovato il suo cadavere all’Idroscalo di Ostia avevo otto anni e, ovviamente, non mi occupavo granché della vita intellettuale del Paese. L’ho conosciuto, per così dire, più tardi, in primis su libri e videocassette, poi, in maniera migliore, attraverso il racconto che me ne ha fatto uno dei suoi attori, Mario Cipriani. Se parlo di Pasolini, lo faccio attraverso Mario. Mario era uno di quegli «attori di strada» che Pasolini sceglieva con lunghe osservazioni tra i sottoproletari delle borgate di Roma. Diceva Mario di averlo conosciuto così: «c’era uno che me stava a guardà, me guarda, me guarda e io je faccio aoh! Ma che c’hai da guardà? Po’ un amico mia me dice, ma lo sai chi è quello, è Pasolini el reggista, po’ esse che te vole fa' fa' un firme». Era proprio così. Pasolini stava cercando qualcuno con la faccia giusta per la parte del ladro «Balilla» nel film «Accattone». Mario smette (momentaneamente) i panni del muratore e diventa attore cinematografico. In «Accattone» Mario chiude la pellicola facendosi il segno della croce alla rovescia davanti al corpo riverso in terra di Franco Citti. Un particolare di cui Pasolini si accorse solo in montaggio e per il quale lo fece chiamare e lo ringraziò molto («è perché nun ero morto prattico, po’ ero ammanettato, e co’ tutta quella gente attorno nun ce stavo a capì un cazzo…»). Diceva Mario che Pasolini era molto generoso, che «c’aveva un portafojo che pareva na fisarmonica, nun sapeva di' de no, quanno scappava de casa, chi je chiedeva na' cosa chi n’antra, dava via sempre un sacco de sordi». Mario di lì a poco farà con Pasolini la cosa più importante della sua vita artistica. Darà vita a «Stracci» il protagonista de «La Ricotta» un episodio del film «RoGoPaG». Accanto a lui, borgataro, ex (momentaneamente) muratore, recita Orson Welles. Diceva Mario che «Orson Velless veniva co’ l’aerio suo, direttamente a Ciampino, po’ quanno ereno finite le riprese aripijava l’aerio e se n’annava via». Quell’interpretazione del povero disgraziato che muore di indigestione sulla croce fa di Mario Cipriani un’icona del cinema pasoliniano. Raccontava Mario di quando, molti anni dopo, mentre stava tornando dal lavoro, tutto sporco di calcina, su un autobus romano, un tizio francese lo guarda e, tutto emozionato gli fa: «Ma io ti riconosco, tu sei Stracci, tu sei Stracci, l’attore del film di Pasolini» e lui: «No guarda che te sbagli, te pare che un attore famoso deve da campà così?». Dopo «La Ricotta» Mario non farà che pochi altri brevi interventi con Pasolini («er Pasòla… come lo chiamaveno tutti»). Quando gli chiedeva «A Pierpà e famme fa' quarcosa pure a me» lui gli rispondeva che adesso cercava attori con la faccia d’angelo e che lui la faccia d’angelo non ce l’aveva. E’ vero, Mario la faccia d’angelo non ce l’aveva, piuttosto aveva la faccia dura di uno che doveva risolvere la vita a spintoni in borgata. Raccontava Mario di quella volta che era andato da Pierpaolo e non volevano lasciarlo passare, poi quando è riuscito a parlarci gli fa «A Pierpà ammò ciai le segretarie, te sei fatto la machina da corsa, te sei imborghesito pure tu» e Pasolini divenne rosso in volto. Diceva Mario che «quer Pelosi non po’ esse stato da solo quella notte». Che Pierpaolo era uno vigoroso, che si sapeva che «je staveno dietro i fascisti». Queste cose Mario me le raccontava durante interminabili passeggiate per il centro di Roma. Quando andavo a Roma lo chiamavo, ci incontravamo alla metro al colosseo e ci facevamo un sacco di strada a piedi, era un fiume di ricordi. L’ultima volta che l’ho incontrato abbiamo fatto un giro al laghetto dell’EUR. Mi diceva che aveva fatto «er provino pe’ fa Geppetto» nel Pinocchio di Benigni, ma che però «alla fine hanno scelto a Giuffrè», che «tutti te dicheno, tu sei er grande Mario Cipriani, quello de "La Ricotta"… e po’ nun te fa' lavorà nessuno». Che c’era un regista che aveva un progetto con lui, ma che «se deve da sbrigà perché qui oggi ce so’ e domani nun lo so» Che pure io «se volevo fa' quarcosa co lui me dovevo da sbrigà», che comunque, qualsiasi film avessi fatto avrebbe dovuto «da parlà romano». Ci sentivamo al telefono una volta la settimana, poi, all’improvviso più niente, nessun contatto. Ho pensato che si fosse stufato di aspettare. Poi, proprio il giorno in cui avevo deciso di telefonargli, un amico mi dice di guardare su «Ciak», che su un trafiletto stava scritto che Mario Cipriani, l‘indimenticato Stracci de «La Ricotta» di Pasolini, ci aveva improvvisamente lasciati.
Mario Cipriani e Orson Welles ne "La Ricotta" di Pier Paolo Pasolini
Mario Cipriani in un fotogramma del mio fim breve "Il Pellegrino".(Il film è visionabile sella sezione "opere" di questo sito)
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