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 Quel che mi passa in testa... di Andrea
 
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Il teatro è bisogno di liberarsi dei propri pensieri insostenibili, mostrandoli...

Pierre Klossowski
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Andrea (del 01/05/2010 @ 22:06:27, in Parole Scritte, linkato 119 volte)
Seduto sulla sedia fisso il monitor che mi appare più bianco e livido del solito. Dietro di me la televisione, autisticamente, trasmette al vuoto della mia stanza da letto la musica del concerto del primo maggio; laica liturgia di ogni anno. Al ritorno dall'uscita d'ordinanza per le cittadine vuote e calcinate dell'entroterra marchigiano, in una giornata finalmente di primavera, la mia mente è abbastanza neutralizzata. Riprendo, piano, a scrivere. Riprendo, finalmente, uno spazio che è solo mio. Il roccheggiante accompagnamento che mi martella da dietro si interrompe e dà spazio alle parole, che non ascolto, di una impacciata Impacciatore e di un "qualcuno" che dalla voce non riconosco. Le parole, che continuo a non ascoltare, fluiscono con la consueta melmosità, parole automatiche, intonazioni automatiche, televisive. Dinamica normalizzata, come si deve, intelligenza normalizzata, come è d'uopo. Frequenze medie, per un grande pubblico anch'esso medio, livellato, come il suono che fuoriesce dalle colossali casse acustiche. Volume altissimo. Nessun picco. Salto indietro di qualche ora: nella piazza vuota di San Severino, seduto su di una panchina, il suono insistente dell'acqua di una fontana, anch'essa dietro di me, riempie di un sottofondo gentile l'aria quasi irreale. Sto, un istante, a occhi chiusi. All'improvviso il rumore di motori che si avvicinano mi costringe a tornare vigile. In una lunga fila le Fiat 500 fanno un trionfante ingresso in piazza e si allineano docili. Il rombo di motori sapientemente modificati, i colori vivaci, le brillanti cromature, il vociare acceso degli automobilisti, cambiano definitivamente lo scenario sonoro.  Mi piace. Ma alzo i tacchi e me ne vado. Torno angustiato alla mia camera da letto, alle parole che la tv  vomita dietro di me. Ora parla il Presidente della Repubblica. Non ascolto. Da che cosa fuggo in questo primo maggio assolato e limpido? Forse dall'immersione onnivora di ogni giorno nell'insensatezza. Dalla forzata prossimità dei molti che prossimi non sento e che, forse, non potranno esserlo mai.  Dalla dannazione umana, troppo umana, di una società che ciecamente, turpemente, riproduce se stessa e ci impastoia in vincoli di ogni sorta. Fuggo dagli occhi beffardi dei funzionari, orribili riproduzioni inconsapevoli di mille obbedienti Eichmann. Dalla banalità delle loro scartoffie cieche, fuggo, soprattutto, dalle chiacchiere vuote che infestano con la loro stupida inutilità le nostre ore, i nostri giorni. Preziosi. Forse è proprio per questo che per lungo tempo mi sono appartato nel mio teatro, nell'unico posto dove, insieme ad uno sparuto cenacolo di persone, posso concedermi la nobiltà del parlare e dell'ascoltare abolendo quasi del tutto l'immensa cacofonìa che come un delirio insensato aggiunge rumore al rumore, la bufera infernale di opinioni, chiacchiere, urla, che nella loro caoticità esauriscono ogni fatto disintegrandolo senza neppure sforzarsi di comprenderlo in alcuno schema di pensiero coerente.  
Seduto sulla sedia, continuo a fissare il monitor, che mi appare più livido e bianco del solito. Dietro di me la televisione continua nel suo ripugnante, incessante rigurgito. Penso alle parole conclusive de "Le Città Invisibili" di Calvino: «L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
 
Di Andrea (del 17/07/2009 @ 10:13:39, in Parole Scritte, linkato 202 volte)
«La natura è sincera
noi no. Noi imbalsamiamo i morti»
U. Betti


Quante volte mi sono chiesto dove fosse il passato. Perché tutta la nostra esistenza appare determinata da qualcosa che non esiste più se non nelle grigie circonvoluzioni della nostra mente. O addirittura in tracce  ancor più labili, documenti scritti o reperti sepolti. Quante volte guardando una fotografia, ho stentato a credere di essere proprio io l'individuo ritratto. Quante volte il racconto di un medesimo evento ha cambiato forma se narrato da bocche differenti ancorché  esse abbiano vissuto la stessa esperienza nello stesso luogo e nello stesso istante.  Che cosa può  mai importarci di qualcosa che non esiste più in nessun luogo, qualcosa a cui non possiamo più accedere; il cui oblio è il più definitivo che possa darsi? Perché siamo così affezionati al passato? Ma, a ben vedere, noi viviamo di reminiscenze. E non paghi della nostra memoria fisica, che giudichiamo fallace, inesaustiva, facciamo ricorso continuamente a protesi di ogni tipo. Dai documenti, di cui riempiamo inutilmente scaffali per preservare traccia di ogni minimo avvenimento - nascite, morti, diplomi, giudizi, sentenze - ai ritratti, alle fotografie, alle configurazioni elettriche o magnetiche di dischi rigidi e memorie informatiche. Come se potessimo essere in grado davvero di ricostruire da quei poveri brandelli scompaginati una realtà inesistente. E così, forzata da questa potente idolatrìa, la nostra vita si sviluppa entro i confini di gigantesche necropoli (i nostri uffici, le nostre case, i nostri musei, le nostre biblioteche) nelle quali celebriamo costantemente il culto di ciò che non c'è più.  Tutto ciò nella più profonda convinzione che gli eventi del passato abbiano determinato ciò che ora siamo (Ora?). Siamo così convinti che il passato esista o sia esistito e per di più significhi qualcosa? Siamo così convinti cha ad una causa corrisponda sempre un effetto? Che esista la colpa piuttosto che l'innocenza? Capisco che queste affermazioni potrebbero suonare paradossali, addirittura folli (già più di un filosofo fu accusato di follia per aver affermato cose simili... a partire da Parmenide).  Ma io non sono impazzito né ho perso contatto con la "realtà". E che tutto ciò che appare a un primo sguardo evidente e privo di problematicità - lapalissiano - in genere si rivela un abisso di oscurità non appena lo si investe di pensiero. E scopriamo così di aver sempre a che fare con delle fedi piuttosto che con un reale sapere. E che le nostre fedi abbracciano tutto quanto, tanto più ciò che consideriamo immediatamente evidente. E allo stesso modo scopriamo che, da sempre, ogni tentativo umano di avvicinarsi alla verità è consistito nel negare proprio ciò che è evidente e lapalissiano. Come se il mondo si divertisse a nascondercela la verità, ma non sotto un velo che ne rende appannate le forme; no! Piuttosto facendocela sembrere diversa, ma con lo stesso grado di definizione.  Mettendoci sotto gli occhi, a portata dei nostri sensi, qualcosa che appare più che reale, incontestabile e al di sopra di ogni sospetto ma che però ha il trucco.
Forse non potremo mai dire qualcosa di definitivo sul mondo che ci ospita e di cui facciamo parte. Di certo però quel che ci appare "reale" dovrebbe farci subito sospettare. E dovremmo fare esercizio di ribaltamento concettuale. Come fece Aristarco che per primo congetturò la possibilità (folle) che il sole stesse fermo in cielo e fosse piuttosto la terra a muoversi intorno a lui.
E dunque se quel che appare "realissimo" è che ogni cosa origina da un'altra che l'ha causata, che questa inesauribile catena di cause ed effetti si sgrana nel tempo che scorre trasformando ciò che ORA è in già stato sulla base di leggi ferree e meccanicistiche. Se questo è quel che appare, perché non pensare, ribaltando l'apparenza, che nessun tempo scorra realmente. Che nulla, parimenti, sia determinato davvero se non quello che crediamo lo sia. Che il caso innocentemente giochi, nella nostra vita, un ruolo più grande di ogni determinismo, di ogni meccanicismo. E se davvero fosse la nostra coscienza a informare il mondo per com'è? E se davvero la nostra sostanza fosse come quella dei sogni? 


P.S.
Se qualche volenteroso volesse saperne un po' di più sull'argomento, può leggere un mio breve scritto in stile un po' più saggistico che costituisce la primissima bozza di una ricerca tutt'ora in atto cliccando su questo link.
 
Di Andrea (del 25/03/2009 @ 08:53:50, in Parole Scritte, linkato 148 volte)
«La via è la Pietra. Il punto di partenza è la Pietra»
J.L. Borges


All'improvviso ecco che il vociare misto di turisti e di bambini che penetra insidiosamente dalla scala ripida che conduce alla cripta si tace e sono avvolto dal silenzio. Seduto quasi al buio nella sala angusta e pietrosa eretta intorno al 1200 da San Silvestro in cima alla montagna che sovrasta Fabriano sto, a sperimentare un raro momento di Assoluto. Raro. E prezioso. Una luce composta penetra dalle feritoie che, orientate verso il tramontare del sole, furono, un tempo, le ambrate illuminazioni di un antico scriptorium. C'è un silenzio che è isolarsi dalle cose, che consiste nel rifiutare, nell'erigere uno scudo verso gli elementi, quasi a estraniarsi da un mondo che appare una collezione di orrori, un guazzabuglio fastidiante e per certi versi spaventoso. E' il silenzio dei tappi alle orecchie, delle camere insonorizzate e asciutte dove l'assenza di riflessione sonora crea l'effimera, opprimente, suggestione che la voce scompaia come risucchiata dalle pareti.
Non è quel silenzio vuoto a regnare nell'antica, austera costruzione in cui mi trovo. Al contrario. E' una quiete piena, densa; satura di elementi sottili, trame leggere e sommesse che disegnano il mondo e che, inaccessibili nel frastuono al quale siamo perpetuamente dannati, riemergono lì a mostrare che l'essenza delle cose, la ineffabile e pulviscolare materia che tutto pervade, e che non si può comprendere appieno, può però essere scrutata, colta, a condizione che ci si metta in ascolto. Ecco. E' un silenzio, quello, da ascoltare. Forse, in silenzio -e solo in quel silenzio - è possibile intendere la voce sommessa delle cose. Forse proprio da quelle pietre solitarie, che da più di ottocento dei nostri anni continuano, inascoltate, a ripetere la loro litanìa potremmo apprendere tutto «il perché delle cose,[..] il frutto del mattin, della sera, del tacito, infinito andar del tempo». Forse...
Il vocìo che prima era scomparso riappare inatteso in lontananza e si introduce molesto. Basta a infrangere, subitaneamente, il fragilissimo, impalpabile filo tessuto in quegli istanti privilegiati e a ripiombarmi, inesorabile, nell'ordinaria angoscia dell'essere scisso dal mondo.
Riprendo dunque la mia strada. Salendo le scale, verso la luce del giorno,  mi volto a riguardare, per un istante, le pietre della cripta. Forse basterebbe stare davvero in silenzio di fronte a loro per poter ascoltare, finalmente, quella verità che noi, esseri superbi e sciocchi, crediamo di non poter intendere e non intendiamo.
 
Di Andrea (del 13/07/2008 @ 17:01:41, in Parole Scritte, linkato 213 volte)
E' domenica pomeriggio. Dalla finestra della camera da letto di casa mia lo squarcio tra gli spigoli di due palazzi lascia correre lo sguardo sul ponte sopra la ferrovia, che da poco ha ripreso a funzionare, sebbene con parsimonia, e, ancora più lontano, sulle colline che sovrastano Ancona. E' un pomeriggio senza alti né bassi, dovrei dire di relax, dopo alcune settimane convulse. Ora sono in quiete. Comincio via via a liberarmi dei fantasmi e degli incubi dell'organizzazione e a concedemi spazi di pensiero, di teoresi (ossia di contemplazione). Mentre scrivo una brezza leggera penetra dalla finestra aperta e mi carezza delicatamente la pelle. Getto ancora lo sguardo di là, in quello squarcio anonimo su un frammento di città sonnolenta. Una cane abbaia insistentemente da qualche parte, il cielo plumbeo prelude forse ad uno scroscio che sarebbe comunque lungi dal calmierare l'afa estiva. Nulla pare che sia in vita. Solo suoni arrivano a dimostrarmi che, anche ora, qualcuno, inquieto, abita la città. Il pianto lontano di un bimbo, le parole indistinguibili di un uomo adulto, le auto che rare scorrono lungo le vie bruciate dal caldo, il suono ancora più sottile del vento torrido. Un universo rarefatto ed indifferente che pure racchiude in sé tante vite, forse tutte le vite possibili. Penso che ogni  atomo, ogni singola particella, ogni incessante fluttuazione energetica che compone la trama intima di tutto ciò che esiste, me compreso, ci ha preceduti da sempre e proseguirà ad esserci per sempre incurante di noi. Niente scompare mai, tutto tramuta in ininterrotte e multiformi organizzazioni e nel vortice di vita che sconfina ognuna di esse è, forse, un segnale. Se getto ancora lo sguardo dalla finestra qualcosa, impercettibilmente si è modificato, là c'è un uomo che porta a passeggio il suo cane e che prima non c'era, su quel balcone il vento ha ribaltato uno scatolone e si diverte a scagliarlo ostinato contro un parapetto, ogni automobile che passa, ogni insetto, ogni leggero soffione trasportato dal vento porta con sé una storia breve o lunga. E' protagonista di incontri, di metamorfosi, del suo frammento di senso. Quale sarà il mio? Forse che ogni uomo è destinato a chiedersi per sempre quale sia il suo posto nel mondo, quale l'essenza di questo intreccio inestricabile di destini e di storie, di bellezza e di orrore che è la vita. Così, solo con me stesso, guardando dalla finestra un paesaggio senza splendore, ho la sensazione che qualcosa sia  pur possibile capire, ma quando la mente si avvicina a sfiorare la verità essa si ritrae in un abisso ancora più vasto e terribile.
Il vento, che prima mi percuoteva, si è calmato ora e sembra che un rapido raggio di sole si faccia strada tra le nubi incoerenti di questo pomeriggio in cui c'è solo il mio sguardo a cercare qualcosa tra pilastri di cemento e automobili.
Nell'altra stanza sento la mia dolce compagna ripetere ad alta voce le parole di Freud, immersa nello studio matto e disperatissimo dei suoi ultimi esami. Ed io sono qui. Tutto mi appare realmente irreale.
Mi sono messo a scrivere con niente da dire. Forse le parole non sono adatte a dire alcunché, forse tutto il senso sta nel silenzio, nell'inesprimibile che ci sforziamo ottusamente di far parlare.
 
Di Andrea (del 21/04/2008 @ 20:56:53, in Parole Scritte, linkato 216 volte)
Inizierò dicendo che, per paradosso, i bisogni primari (mangiare, bere, ecc..) non sono importanti per l'uomo in quanto tale. Sono essenziali per ogni essere vivente. Anche per un insetto, o un batterio, o una forma di vita ancora più elementare. Dunque essi non sono essenziali per noi più di quanto lo siano per qualunque altra forma di vita di qualunque specie. Ma noi sentiamo di essere distinti dagli altri esseri viventi. E davvero lo siamo. Ci distinguiamo dalle bestie brute certamente per capacità logiche, ma altrettanto certamente per la nostra capacità di giudicare. Di vedere nelle cose, ad esempio, la bellezza, o l'orrore. Un essere umano sente che fare un'esperienza estetica, in qualche maniera, lo accresce. Ma in cosa lo accresce? Precisamente in umanità. Lo rende ancora più umano. Meno bestiale.
Insomma se facciamo arte, e se ne fruiamo, è perché apparteniamo alla razza umana. Questo semplice assunto parrebbe addirittura banale se non fosse per una considerazione accessoria che va fatta e che potrà sembrare un po' "forte"; cioè che l'umanità degli appartenenti alla razza umana non è scontata. Va nutrita opportunamente. Ad essa è associata una sensibilità che ci appartiene soltanto come dato potenziale. L'esperienza estetica - l'arte fatta o fruita - è fondamentale per l'uomo, fonda cioè la base della sua umanità che però non è essenziale alla sussistenza in vita e quindi si può anche perdere. Si può dunque dare una razza umana disumanizzata, ciò, secondo me, non solo è possibile, ma anche in progressiva realizzazione. Un esempio. Qualche sera fa sono stato ad un concerto. Un virtuoso del violino (Uto Ughi) ha suonato brani di Bach e di Mendelssohn. Si trattava di un concerto di beneficenza. In fila con un sacco di gente, durante l'attesa dell'apertura delle porte, ho sentito una coppia fare questo ragionamento: «beneficenza a parte, per che cosa abbiamo pagato i soldi del biglietto? Qui ci vendono del fumo. Tutto sommato che cosa rimane di tangibile dopo aver ascoltato il concerto? Niente. E' solo fumo. Bisognerebbe, se non ci fosse la beneficenza di mezzo, farci ridare i soldi più tardi». Il ragionamento veniva fatto con serietà, non per scherzo. Le persone che dicevano quelle cose erano adulte, all'apparenza istruite e, giudicando da particolari inequivocabili, finanziariamente dotate. Ho pensato, con un brivido, al motivo per cui quell'uomo e quella donna erano lì. A come le frequentazioni scolastiche e universitarie nulla possano su quella idea sottoculturale, ormai di massa, che ha agito al punto da nientificare e rendere pressoché insensato tutto ciò che non abbia una consistenza tangibile, materica, segnando pure la fine della borghesia come elemento sociale evoluto. Dando spazio ad una nuova società opulenta e barbarica, istruita e cinica, anestetizzata e disumana.
Qualcuno potrebbe dire che in fondo quello era solo il discorso di due idioti. E' vero. Ma dietro quell'idiozia si nasconde qualcosa di peggio. L'essere incapaci di considerare l'esperienza estetica come fondamentale per l'umanità equivale ad essere già sul punto di abbandonare quanto di umano c'è nell'uomo. Io non so se quei due, o gli altri che pur non esprimendo a parole questo concetto considerano l'arte qualcosa di inutile, abbiano coscienza di questo fatto. A giudicare dall'aria che tira nella "cultura dominante" temo che non ne abbiano affatto. D'altronde quante volte ci è capitato di sentire i nostri politici parlare di arte e di cultura? Essi di solito, nei loro discorsi, la considerano importante ai fini sociali, occupazionali, terapeutici, ma mai come fine in sé stessa (non si giustificherebbero le ingenti spese). Bisognerebbe insegnare a costoro (e a quelli che professano, ad esempio, il verbo dello studio utile e non dell'utile studio), che l'arte è inessenziale e, proprio per questo, e per nessun altro motivo, è confacente all'uomo. Che il giorno in cui perdessimo definitivamente la capacità di pensare e di capire l'arte e questa sua peculiarità avremmo compiuto il più grave dei crimini contro l'umanità e fatto il passo definitivo verso la creazione di un mondo di mostri.
 
Di Andrea (del 24/03/2008 @ 14:16:41, in Parole Scritte, linkato 277 volte)
Tra le cose belle del mio lavoro c'è che, ogni tanto, grazie ad un amico o ad una situazione magari casuale, si realizzano strane alchimie e si fanno degli incontri molto significativi. Ognuno di questi incontri privilegiati apre prospettive di pensiero e di elaborazione inusitate e altrimenti impossibili. Recentemente mi è capitato quello con il Professor Franco Rustichelli, un fisico nucleare che insegna all'Università Politecnica delle Marche. Rustichelli è uno scienziato e contemporaneamente un artista, amico e frequentatore di artisti e autore di testi letterari. Può sembrare strano che un fisico nucleare sia anche attivo nell'arte, questione "umanistica" che, a prima vista, appare lontanissima dalla scienza. Può sembrarlo solo a chi non ha un'idea di come la scienza e l'arte siano sorelle a un tempo stesso, tanto che alcuni canoni che, da sempre, muovono il giudizio nell'arte (come la simmetria e la bellezza) sono assunti dalla scienza quali elementi comprovanti la superiorità di una teoria su di un'altra.
Insomma, l'eleganza, l'aspetto "estetico", di una teoria o di una formula è la prova anche della sua consistenza (e chi può non riconoscere, per esempio, nella famosa equazione einsteniana E=mc2, che sancisce l'equivalenza della massa con l'energia, una stupefacente bellezza?). Con Rustichelli, nel piccolo cenacolo del mio studio, si è parlato delle frontiere che la scienza sta esplorando. Frontiere così estreme che appaiono addirittura incredibili per il senso comune. Questo mi ha fatto pensare a quale distanza sussista ancora oggi - nonostante la scolarizzazione, la conquista di una cultura di base allargata - tra il sapere delle persone, anche con titolo di studio elevato, e le più avanzate idee intellettuali che costituiscono la cultura reale e alle quali l'arte deve fare riferimento per dirsi tale.
Questa distanza, rende l'arte comunque difficile e non consolatoria. Presuppone uno spettatore, un pubblico, curioso e intellettualmente pronto a mettere in gioco le sue certezze. Coraggioso nell'affrontare limiti estremi di speculazione che, ovviamente, costringono ad una fatica concettuale. Insomma un pubblico che non sta semplicemente seduto su una poltrona e che, in definitiva, non esiste se non sotto forma di una élite intellettuale avanzata che, in Italia, conta forse non più di qualche centinaio di migliaia di persone.
Franco lavora da scienziato sulla materia e sulla sua descrizione a livello atomico. Da scienziato e da artista lavora a quello su cui la scienza si applica da sempre: la ricerca dell'immortalità. Oggi la scienza pare giunta alla soglia che da sempre aspira a varcare; comincia ad intravedere la possibilità concreta di rendere l'uomo immortale. Capisco che questa affermazione, a prima vista, possa sembrare azzardata, ma invece non lo è per niente. La scienza crede fortemente in questa possibilità e nel fatto che essa possa diventare concreta in un tempo non lontano. La vecchiaia è considerata ormai una malattia che come tale può essere combattuta. Le nuove possibilità bio-ingegneristiche studiano la rigenerazione di tessuti attraverso le cellule staminali e la sostituibilità di intere parti del corpo. Gli scienziati sono sul punto di poter intervenire per invertire il programma genetico che presiede al nostro decadimento fisico. Ogni giorno si fanno nuovi passi avanti in questa direzione. La sussistenza del corpo per un tempo indefinito, in pratica l'immortalità, pare essere a portata di mano in un tempo non lontano e non sotto forma di speculazione teorica (anche se di fatto si potrebbe sempre morire per omicidio, suicidio, incidente, ecc...). Ovviamente la prospettiva che si apre è densa di implicazioni, morali, filosofiche, etiche, ecologiche ma anche pratiche (quanto costerà l'immortalità? Verrà a crearsi una casta di uomini ricchi e immortali - come semidei - ai quali si contrapporrà una genìa di persone qualsiasi destinate a morire? Quali tensioni e quali nuovi poteri scaturiranno da questa condizione inaudita? Oppure si può pensare ad un livello di "democratizzazione" dell'immortalità che presupporrebbe però la rinuncia alla riproduzione sessuata o il ferreo controllo su di essa?).  Rustichelli ha pubblicato sull'argomento già nel 1978 un testo teatrale che, a giudicare dagli sviluppi odierni, può dirsi profetico. Non si tratta, è ovvio, di un testo "qualunque". E' un'opera complessa sulla quale abbiamo concordato di lavorare in qualche modo. Staremo a vedere quali forme prenderà questa esperienza e quale linguaggio si deciderà di usare per decifrarne il codice.
Resta, per ora, il fascino della materia sulla quale sto iniziando il mio lavoro, che rappresenta, in fondo, la più antica richiesta, la più struggente volontà dei viventi, quella di non perdere, nel vortice del tempo, le esperienze vissute, il mondo che è stato creato e vive soltanto nelle ramificazioni neuronali, uniche e irripetibili, della mente. La stessa disperata richiesta di avere più vita a disposizione che Roy, il replicante di "Blade Runner", pronuncia appena prima di morire: «I've seen things you people wouldn't believe. [..] All those moments will be lost in time, like tears in rain. Time to die.»1


Note
1) E' probabilmente inutile inserire la traduzione di questo notissimo brano, comunque: «Ne ho viste di cose che voi umani non potreste immaginare [..] e tutti quei momenti si perderanno nel tempo, come lacrime nella pioggia. E' tempo di morire"
 
Di Andrea (del 12/03/2008 @ 14:26:27, in Parole Scritte, linkato 425 volte)
Sono latitante dal blog da un po' di tempo, ma non perché stia con le mani in mano, anzi. Ora però torno a scrivere, per parlare un po' di me e di quello che faccio o mi accingo a fare. Basta, per oggi, con gli argomenti "alti" (forse troppo). Negli ultimi quattro anni ho filmato un sacco di cose, per lavoro, per terze persone, "gli altri". Cose, ovviamente, più o meno interessanti (e più o meno remunerative - di solito la faccenda è inversamente proporzionale all'interesse, ovvero meno le cose sono interessanti più sono remunerative - destino baro....). Tra pochi giorni comincerò le riprese di qualcosa di mio. Un cortometraggio. Finalmente, dovrei dire. Dovrei... perché questo - il momento che precede immediatamente l'avvio dei lavori - è il momento dei dubbi, delle paure. Andrà tutto liscio? Ce la farò a fare le cose per bene? E poi la fatica. Pochi sanno quanta fatica costi girare un film anche breve. Ma al di sopra di tutto c'è la questione del "senso". Tutto questo lavoro ha un senso? C'è una domanda che mi viene fatta da quasi tutti quelli che, per un verso o un altro, vengono a sapere che sto per girare un film. E' la domanda più semplice e spiazzante, quella cui davvero non so cosa rispondere. "Ma poi che cosa ci si fa di un cortometraggio?". Io, ovviamente me la cavo con la solita risposta. Si manda ai concorsi. Ma è altrettanto ovviamente una risposta falsa e consolante (... per loro - "ah! allora c'è un senso..., lo manda ai concorsi.."). In verità a me non piacciono i concorsi. Non giro un film per mandarlo ai concorsi.... o perché voglia ufficializzarmi regista, ovvero a dimostrazione del fatto che so girare un film. Lo faccio quando ne sento il bisogno e quando ho qualcosa da dire. Lo faccio come esperimento e solo se determinati eventi si allineano nella giusta direzione. Poi, vabbè, ai concorsi pure ci andrà, ma di sicuro non lo faccio per quello.
Certo, con i tempi che corrono, la questione del senso è identica anche quando faccio teatro. Un lavoro di tre o quattro mesi per mettere in scena uno spettacolo può essere definito una vera perdita di tempo. Uno spreco (sulla questione mi sono già espresso nel post "All art is quite useless"). Ma fare un film presuppone - per quanto si riesca a mantenere leggero il set, per quanto si provi a fare tutto con i propri mezzi - collaborazioni di ogni tipo. Gente a cui invadi la casa per le riprese, gente a cui chiedi strutture e tempo per stare sul set, gente a cui chiedi tempo e condivisione per recitare quello che vai proponendo loro e quindi il problema del "senso" si pone con maggiore intensità.
Lo so, potrei fregarmene e, fidando sulla bontà, sulla benevolenza di tutti i collaboratori, andare avanti come un treno. Ma ho un difetto. Non riesco a non sentirmi in colpa per questa cosa. Speriamo almeno di riuscire a realizzare una cosa bella.
 
Di Andrea (del 05/11/2007 @ 23:30:57, in Parole Scritte, linkato 292 volte)
Rieccoci. Sta per ripartire la Scuola di Teatro. Nuovo corso, nuove persone che ancora non conosco, ogni volta un nuovo inizio. Da tredici anni. E ogni anno, a ogni ripartenza, mi interrogo. Mi chiedo che cosa potrò insegnare a questi ragazzi che iniziano a studiare quest'arte complessa e sputtanata quant'altre mai. Mi sembra di insegnare l'inesistente.
E difficile parlare della situazione del Teatro; quella che vivo in prima persona, ovvero la situazione di quel Teatro che, a volerlo per forza definire, dovrei chiamare "indipendente" (ma depurando la parola da qualunque incrostazione politico-ideologica che la rende immediatamente desueta e anche fastidiosa). Indipendente, intendendo non semplificato, libero, non istituzionale o istituzionalizzato. Non "contribuito", da nessuno, e non per questo necessariamente migliore o peggiore dell'altro (quello istituzionale, contribuito, ecc...). Io ho sempre creduto nella possibilità di un Teatro siffatto. Cioè di un Teatro che si faccia per esclusiva esigenza vitale, senza semplificazioni; che non sia necessariamente, ideologicamente, nemico dello spettacolo, come è accaduto in alcune esperienze del Novecento, ma che porti, anzi, allo spettacolo la vitalità e la forza di una preparazione accurata. Un Teatro che possa esistere con la sua sola forza e con il pubblico pagante (cioè con coloro i quali decidono di pagare per partecipare di quel rito collettivo). Questo dovrebbe essere perché un vero scambio avvenga, questo presuppone un livello di "purezza" che da solo consentirebbe l'esistenza del Teatro come Arte. Una situazione ideale? Beh, di certo se si paragona quello che ho appena scritto con la realtà dei fatti.
Nella realtà, con la scusa della presunta incapacità del Teatro di poter vivere di sé solo, lo Stato, che non ha - ovviamente - competenze, né può averne mai, in questo campo (come in nessun altro campo artistico) provvede al prelievo dalle tasche dei cittadini di quote ingenti che poi si industria, paternalisticamente, a distribuire ad "alcuni" da lui stesso considerati (non si capisce in base a quale criterio - oppure si capisce benissimo in base a quale criterio) meritevoli di attenzione. Questo fatto, che se fosse limitato ad alcune istituzioni artistiche di livello indiscutibile, sarebbe pure tollerabile, perché raro, ha invece creato una situazione per cui il Teatro Ufficiale Contribuito (lautamente stipendiato a spese dei contribuenti che ignari pagano pure il biglietto per andarlo a vedere...) occupa (slealmente) tutti i posti, mettendo in scena sciatte Rappresentazioni di Stato ad uso elettorale; mentre per tutti i soggetti che non vogliono quattrini pubblici e che desidererebbero semplicemente poter esercitare la loro arte, lasciando stabilire al pubblico se questa è buona o non lo è, non è più possibile neanche accedere alle strutture teatrali.
Fa venir tristezza guardare queste "stagioni teatrali" pianificate a tavolino da qualche burocrate di passaggio, senza nessuna scintilla. Insensate ripercussioni di soliti noti e decennali repliche di opere che non si sa più in che modo declinare. Attori "replicanti", ormai dannati alla pappa pronta e addirittura sviliti a volte nella loro pur alta professionalità dall'intrusione di personaggi grotteschi che non hanno niente a che vedere con l'Arte Drammatica ma divengono "primi attori" per privilegio catodico. Mi dispiace dirlo ma il Teatro è sempre più una terra di nessuno. Luogo di spartizioni di danaro pubblico e di porcate di potere. Del palcoscenico ormai se ne fregano tutti. Basta che quello che va in scena non sia di troppe pretese (fastidiante) l'applauso è assicurato.
Quale Teatro insegnerò ai ragazzi quest'anno? Quello che è, o quello che dovrebbe essere?
Me lo chiedo. Intanto rispondo al telefono e parlo con la gente. La gente che si "informa", che mi chiede quando si fa lezione perché in quel giorno è impegnata con la palestra, e nel giorno successivo con la piscina, e in quell'altro orario fa le danze latino americane. Con madri che mi dicono che il loro figlioletto è portatissimo per il teatro e se va bene farlo cominciare a dieci anni, perché, sa, fa anche pallavolo e rugby ma a lei sembra meglio un'attività diversa, che lo sblocchi e lo faccia diventare più sicuro di sé. Che mi chiede che cosa avrà in mano suo figlio dopo aver fatto il corso, se ci sono sbocchi (sigh!). Che vorrebbero possibilmente la sede a cento metri da casa loro, e in orario compatibile con le necessità della famiglia di accompagnare il cane alla passeggiata pomeridiana. E a me, di fronte a questo diluvio di potente idiozia, verrebbe voglia di non iniziare nemmeno.
 
Di Andrea (del 14/09/2007 @ 15:14:13, in Parole Scritte, linkato 400 volte)
Se mai avete ascoltato il suono di un grammofono andate in qualche mercatino, oppure cercate un collezionista e chiedetegli di prendere un vecchio disco a settantotto giri, inserirlo sul piatto e avviare la molla che consente la rotazione, poi, con delicatezza, appoggiate la puntina, un ago d'acciaio, sui solchi del disco e rimanete fermi, possibilmente ad occhi chiusi.
Rimarrete stupefatti, ammutoliti, come un bambino che per la prima volta vede o sente qualcosa di meraviglioso e magico. Quel suono, non potrà non commuovervi.
Mi sono sempre piaciuti i grammofoni, come oggetti, li ho sempre trovati di una eleganza ineguagliata tra gli strumenti di riproduzione sonora, ma non avevo mai sentito un grammofono suonare, non ne avevo mai ascoltato la Voce. Fino a ieri, quando, complice il solito caso, mi sono avvicinato ad una vecchia porta a vetri con la dicitura "telefoni d'epoca", lì, un artigiano di ottanta primavere conserva una collezione straordinaria di telefoni e altri reperti che, con pazienza e maestria, restaura e rende di nuovo perfettamente funzionanti. E' stato lui a prendere un disco a settantotto giri, inserirlo sul piatto e, dopo averlo avviato, appoggiare l'ago d'acciaio sui solchi. E' stato lui a farmi ascoltare, per la prima volta, la Voce del grammofono. E sono rimasto basito. Quel suono aveva qualcosa di sconosciuto e straordinario. Era come se l'orchestra che stavamo ascoltando fosse lì, e noi la stessimo ascoltando da un foro o da dietro una porta che ne limitava le frequenze gravi e le spostava tutte su un timbro medio acuto. Ma quell'orchestra era lì, con una presenza che non può essere eguagliata da nessun apparecchio anche della massima fedeltà, come se, minuscola, suonasse, con il direttore e tutti i suoi elementi, direttamente dentro la tromba del grammofono e noi, per privilegio, potessimo ascoltarne il suono fortuitamente fuoriuscito dall'oscurità di quell'antro dorato.
Una sensazione molto simile l'ho provata qualche anno fa a Parigi. Vi era, al museo d'Orsay, una mostra di dagherrotipi, fotografie eseguite con una tecnica antica, direttamente su una lastra metallica fotosensibile. Anche in quel caso la cosa che mi colpì era l'incredibile nitidezza, la forza e la presenza di quelle immagini. La sensazione che qualcosa si fosse impresso su quella lastra in maniera permanente, che quella lastra fosse una finestra nel tempo, uno spiraglio dal quale poter spiare un istante divenuto eternamente presente.
In entrambi i casi credo che, al di là della fascinazione dovuta all'antichità, e quindi alla distanza temporale e alle evocazioni che ne conseguono, questa sensazione di presenza fosse dovuta alla prossimità del reale con la sua immagine (sonora o visiva) riprodotta da questi strumenti primitivi.
E' come se l'analogia dell'immagine con il reale, ottenuta grazie a un procedimento di registrazione che li avvicina il più possibile, permettesse di conservare qualcosa della realtà nell'immagine, un po' della sua originaria, umana, dignità.
Un filo lega il suono del grammofono all'orchestra che suonò. Fu la pressione delle onde sonore, amplificate solo meccanicamente dalla forma geometrica della tromba, a procurare sul disco originale l'incisione, che è segno fedele, autentico. Il filo si tende nel tempo. Oggi ribaltando semplicemente il processo, un ago attraversa l'incisione e quel segno fedele, autentico, riporta in vita ciò che è rimasto significato in quei solchi. Quel suono ha qualcosa, è un segno, una testimonianza.
Mi piace pensare che un po' della vita di quell'orchestra sia rimasta davvero nel solco di quel vinile e torni immutata, dopo quasi cento anni, allo scorrere della puntina sul disco, e che sia questo che rende quel suono gracchiante e medioso così stupefacente, commovente. E così umano. Abbiamo cercato la perfezione, ma la perfezione è innaturale, sterile, mostruosa e inumana; soprattutto è illusoria. Nessun campionatore infatti potrà mai descrivere un'onda sonora così perfettamente come quel semplice e imperfetto meccanismo era capace di fare. Lo splendore di oggi è senza vita.
 
Di Andrea (del 02/09/2007 @ 16:00:30, in Parole Scritte, linkato 585 volte)
"Tutta l'arte è perfettamente inutile"
O. Wilde - prefazione a "Il ritratto di Dorian Gray"

Il demone che mi possiede non è evidentemente sazio; ancora una volta costringe la mia naturale indolenza a farsi da parte e mi impone di dare corso a nuove idee, nuovi progetti, nuovi sprechi, insomma, di tempo e di energia.
Non uso il termine "spreco" a caso. L'arte esige lo spreco, l'uso sconsiderato cioè di tempo e di energia, non finalizzati a qualcosa di utile, ma sacrificati sull'altare dell'opera e basta. Mai come in questi tempi, che conoscono una deriva strumentalista pressoché assoluta, fare arte è di certo uno spreco.

Il problema per me arriva quando (e questo succede sempre, poiché non si può fare teatro da soli) realizzare un progetto d'arte implica il coinvolgimento di altre persone. Qui mi assalgono i sensi di colpa, evidentemente causati dalla consapevolezza dell'impossibilità di ricompensare gli sforzi e i sacrifici che pretendo.
Ovvero io pretendo che qualcuno sacrifichi parte considerevole del suo tempo, della sua attenzione, del suo intelletto, della sua vigorìa, della sua vita - in breve -, per realizzare qualcosa, un'opera, che possa raggiungere, tenendo conto dei limiti che sono imposti dalle circostanze, il massimo livello di qualità possibile. Ma questo tipo di impegno è assolutamente puro, inutile, e il suo prodotto non viene riconosciuto dal mercato che come corpo estraneo, elemento sospetto e pure in qualche maniera sedizioso.
La "cultura" dominante, nelle sue aberrazioni, (istituzionali, ministeriali, finanziate, assistite) non riconosce infatti le cose dell'arte (e anche della scienza, le attività intellettuali insomma) se non quando siano funzionali a qualcos'altro e quindi possa darne e darsene una spiegazione. (L'arte esiste in funzione di questo o quello e quindi si giustifica l'aver speso soldi pubblici in quantità). La cosa peggiore è che questa idea strumentalista è ormai definitivamente metabolizzata dall'opinione pubblica e così, potentemente giustificata, si è mutata in pratica in idiozia di massa. Bisogna impegnarsi a giustificare qualunque cosa, dunque: imparare a recitare può servire a vincere la timidezza (sigh!), a parlare meglio durante un congresso, a vendere con più efficacia un prodotto, ecc...(ecco perché uno dovrebbe interessarsi e infine iscriversi a una scuola di recitazione). Uno spettacolo teatrale serve a riflettere (nella ipotesi migliore) o a divertirsi, a passare una serata fuori casa, oppure (dire questo per avere il placet istituzionale) ad incrementare l'affluenza turistica e contribuire alla valorizzazione delle bellezze paesaggistiche e/o delle prelibatezze delle onnipresenti specialità tipiche locali. Nulla è visto come un possibile fine in sé. Non vi è teatro o piazza di paese che non sfoggi le sue attività "culturali" (spettacoli, musica, mostre, eventi) tutte quante con secondi fini (turistici, mercantili, politici - soprattutto - , ecc...). Se si ha l'imprudenza infine di interessarsi di un qualche Autore, notoriamente cosa sgradita (il pubblico ne rimane fastidiosamente affaticato), che lo si faccia almeno in occasioni paludate - ricorrenza della nascita, morte, sparizione... - come elemento di un cerimoniale insomma al quale ci si deve attenere per prassi "istituzionale". Non si capirebbe se no, al di fuori della celebrazione, a che scopo dover angustiare gli animi già provati delle genti.
E' perfettamente ovvio che, per quanto mi riguarda, non considero questa "cultura" dominante minimamente significativa per quanto attiene ai fatti artistici.
E' perfettamente ovvio che quello che io penso riguardo la significatività dei fatti artistici è assolutamente insignificante per la "cultura" dominante e che, alla fine, a rimetterci le penne sono io.
E' perfettamente ovvio che chi è coinvolto nelle mie attività ha piena coscienza di questi fatti e se, nonostante tutto, decide di continuare, lo fa sapendo che non ne ricaverà altro che lavoro intenso e durevoli emozioni.
Fatto sta che il senso di colpa rimane.

 
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