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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Ieri all'"Infedele" di Gad Lerner ho potuto ascoltare un'acrobatica interpretazione della parabola evangelica dei talenti, avanzata con particolare nonchalance dal portavoce dell'Opus Dei Giuseppe Corigliano. Secondo questa nuova e sorprendente lettura (di sospette simpatie calviniste) pare che Gesù consigliasse di affidare ai banchieri i propri averi per farli meglio fruttare ed entrare in grazia di Dio. (Sarà forse che, ai suoi tempi, non giravano ancora personaggi alla Sindona, che, più di recente, sono stati effettivamente ben conosciuti da alcuni dei suoi rappresentanti in terra, uno per tutti il Cardinale Marcinkus...). La faccenda mi ha un po' stupito, ma non più di tanto. Non è cosa nuova tirare Gesù Cristo per la tunica e mettergli in bocca cose che si fa fatica a digerire. Ricordiamo la celebre frase: "dai a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio", che più d'uno ha interpretato alla stregua di: "dai un colpo al cerchio e un altro alla botte", prefigurando un comodo Messia moderato e "centrista" (mentre a occhio e croce potrebbe significare l'esatto contrario e cioè: "distingui con accuratezza gli ambiti mondano e divino"). La cosa curiosa però era il contesto. Mentre infatti il succitato portavoce dell'Opus Dei ci erudiva con questo bel florilegio di interpretazione teologica, l'ex ministro comunista Ferrero, sempre evangelicamente, approdava alla citazione (un po' scontata a dir vero) della parabola del giovane ricco, dopodiché gli astanti si scontravano con fierezza tra rimandi all'interpretazione weberiana del capitalismo in chiave protestante e sacri testi. E così, mentre le borse schizzavano sull'ottovolante e schiere di banchieri, ballando a tempo di fox trot, si avviavano non senza un rassicurante sorriso, verso il baratro1, ieri in tv un bel consesso di teologi se la (s)ragionava al capezzale del capitalismo morente.
1) Il riferimento riguarda una recente pubblicità televisiva di una banca... poco austera.
Certo che l'Italia è uno strano Paese. Che non finisce mai di stupire. Tutto può succedere all'improvviso, con nonchalance, così; un giorno qualcuno si sveglia e decide di compiere atti inconsulti, senza preavviso, come se tutto fosse normale. Se non che, di solito, chi compie questi atti è un cretino e l'ostentata naturalezza con cui questi vengono compiuti è segno certo di infernali conseguenze. E' così che qualche pomeriggio fa tutti gli italiani hanno scoperto che la loro dichiarazione dei redditi (del 2005) era diventata liberamente consultabile e scaricabile sul sito internet dell'Agenzia delle Entrate, insieme con tutti i dati personali annessi e connessi e senza che fosse identificabile lo "scaricante". Tempo pochi istanti dalla diffusione della notizia e, ovviamente, il sito dell'Agenzia delle Entrate è esploso, bombardato dalle richieste di "tutti intenti a spiare le dichiarazioni dei redditi di tutti". Insomma un macello di proporzioni incredibili. Il responsabile di questa assurdità deficiente è quel simpatico buontempone di Vincenzo Visco, un personaggio dalla brillante intelligenza e soprattutto dalle spiccate virtù morali che ha condotto - dopo aver subito una condanna in via definitiva per abuso edilizio ed esser stato protagonista di varie vicende discutibili fra le quali l'imboscamento del figlio come dirigente presso "Sviluppo Italia", con relativa congrua retribuzione (ma si sa... i figli so' piezz'e core...), - la sua personalissima lotta contro gli evasori fiscali del belpaese, da lui individuati massimamente tra quei gaglioffi dei piccoli artigiani, stagnini e gelatai, vessati all'inverosimile da quella mostruosità logica che sono gli studi di settore (mentre c'è una dato interessante proprio di oggi, da fonte Adnkronos, cioè che Il 51,1% delle societa' di capitali dichiara un'imposta nulla o negativa), e utilizzati come bancomat per quei "tesoretti" che questo governo di imbecilli ha vantato di avere nelle casse per tutta la sua breve e triste parabola. Il sadico creatore dei più demenziali inghippi burocratico-polizieschi che mente umana abbia mai immaginato ha complicato la vita di ciascuno al punto tale da contribuire in maniera decisiva alla sconfitta elettorale del partito di cui fa parte (nonostante questo, comprensibilmente, non l'avesse neanche candidato). Ebbene, questo valente personaggio, il giorno prima di abbandonare (speriamo definitivamente) il posto da vice ministro che occupava con tanta solerzia, ha compiuto l'atto finale della sua carriera. L'atto che lo svela, finalmente, per chi "è" davvero. Ha lanciato, con belluina ferocia e vera eversiva malignità, la polpetta avvelenata, lasciando il popolo, che ha sempre in fondo considerato indegno di lui, a contendersela in una rissa bieca e vergognosa. Perché per quest'atto infame non si scorge alcun senso logico se non quello di contribuire allo sgretolamento di ogni senso di comunità. Durante l'ovvia bufera (prevedibile anche da un bambino) che si è generata durante le ore surreali che hanno seguito la pubblicazione di quei dati, il nostro non si è scomposto affatto e, dimostrando un certo (finto) stupore, ha detto che non vedeva dove fosse lo scandalo e che si trattava di un atto di trasparenza e di civiltà. Bene, bravo! Suggerirei di inserire scaricabile in internet il casellario giudiziario di tutto il popolo italiano, anche questo potrebbe essere un dato di trasparenza, o anche, che so, tutti i file delle anagrafi comunali, perché no? Qualcuno, come Gianni Barbacetto, ha affermato che in America questa cosa si fa da anni. Peccato che sia FALSO. Chiunque può constatare facendo un giretto in internet che non è possibile scaricare i dati personali dei contribuenti americani e che non passa per la testa di nessuno in America (né in nessun altro posto) di fare un'idiozia del genere. Neg Dimentichiamo quindi le scemenze populiste di qualche lacchè, il danno che è stato fatto è grave e permanente. Non è bastato infatti l'intervento del Garante della Privacy (ovviamente ignaro della bravata) che ha bloccato la diffusione dei dati dopo qualche ora dalla pubblicazione. Una sola ora, per i tempi della rete, basta e avanza per fare qualunque cosa. E infatti dopo poco ecco i dati ricomparire tranquillamente sulle reti P2P, dove nessuno al mondo potrà mai farli sparire. Tutto questo è accaduto e quanto di peggio si possa immaginare accadrà. Avere quei dati (nomi cognomi indirizzi codici fiscali, ecc..) vuol dire poter clonare identità, manipolare cifre (i dati sono pure stati immessi in formato .txt, ovvero modificabili pure da un bambino - una cosa che grida vendetta al cielo) e sputtanare, ricattare, compiere tutte le porcate pensabili. Questo non ha niente a che vedere con la trasparenza (quegli atti erano già consultabili e trasparenti), sulla quale, ovviamente, non ho niente, ma proprio niente da dire, a patto che venga almeno identificato chi acquisisce le informazioni. Tutto questo ha a che vedere soltanto con la sete di vendetta di un bulletto incapace nei confronti di quel popolo italiano che, inconsciamente, ha sempre pensato inferiore a sé e bisognoso di strigliate alla stregua di un mulo testardo. Un pover'uomo che ha dato l'ultima prova della sua esistenza in vita. L'ultimo rantolo di un inutile idiota.
P.S. Non tragga in inganno l'articolo. Lo scrivente non è un elettore di centrodestra.
Simplicio Io non dirò che questa vostra ragione non possa essere concludente, ma dirò bene con Aristotile che nelle cose naturali non si deve sempre ricercare una necessità di dimostrazion matematica. Sagredo Sì, forse, dove non la si può avere; ma se qui ella ci è, perché non la volete voi usare? dal "Dialogo dei massimi sistemi" di Galileo Galilei
[prologo - 14/01/2008 ore 20:30 circa] Ci voleva davvero la notizia che ho ascoltato tra l'esterrefatto e e il terrorizzato stasera al TG2 per farmi sobbalzare e decidere di mettere da parte la pigrizia e scrivere qualcosa. Mi ha scosso dal torpore un solerte giornalista del servizio pubblico radiotelevisivo che, durante un servizio, ha asserito che Galileo Galilei fu giustamente condannato dalla Chiesa Cattolica in quanto non aveva fornito convincenti prove scientifiche riguardanti il fatto che la terra girasse intorno al sole. Un discorsetto che mi sembrava di aver già sentito o letto (e che infatti era malamente copiato) inscritto nella polemica che vede gli scienziati dell'Università di Roma "La Sapienza" opporsi all'invito formulato dal loro Rettore al Papa Benedetto XVI. Dire che questo fatto sarebbe bastante per convincerci tutti ad aderire in massa al sacrosanto V-Day proclamato per il 25 aprile prossimo contro la dannosissima e ignorantissima casta di parolai che inquina l'informazione italiana piegandola e costringendola ad ogni sorta di prostituzione e perversione è quasi cosa ovvia. Passando però a questioni più serie rispetto ai vaneggiamenti di un poveraccio stipendiato (con i nostri soldi) da qualche baciapile, che come incipit del suo servizio scopiazza la parte iniziale di un opinabile testo di Vittorio Messori (sì sì, proprio quello che nel volume "Emporio cattolico" difende l'astrologia affermando che in essa si deve credere siccome "tutte le religioni e tutte le culture antiche hanno usato l'osservazione degli astri come segno soprannaturale") facilmente rintracciabile su internet (vedi qui), cominciamo a parlare di fatti. Alcuni scienziati della facoltà di fisica dell'Università di Roma "La Sapienza", hanno giudicato alquanto disturbante l'idea, partorita dal loro "magnifico" Rettore, di invitare il Papa Benedetto decimosesto a inaugurare l'anno Accademico dell'Ateneo . Essi sostengono che sia un insulto permettere al suddetto Pontefice di varcare il soglio delle loro aule, territorio deputato allo studio delle cose della natura secondo un metodo che si chiama "scientifico galileiano", non tanto perché rappresentante odierno di quella Chiesa che provvide alla condanna del padre della scienza, (vale la pena ricordare che altri Pontefici, tra cui il precedente, Giovanni Paolo II, sono stati accolti in quell'Ateneo senza particolare chiasso... vabbè qualche fischio...) quanto per le sue personalissime idee al riguardo. Idee che l'attuale Papa espose in modo assai chiaro ancora da Cardinale in un discorso che qui allego (si tratta dello stralcio relativo alla parte "incriminata") e che quindi vi lascio esaminare perché ne traiate le vostre personali conclusioni. Apriti cielo! Da tutte le parti si levano le voci scandalizzate della stampa e della politica che cominciano a sparare bordate colossali, dichiarando professori e studenti addirittura emuli di Goebbels. Diabolicamente, Giuliano Ferrara, si inventa, con uno dei capolavori di acrobazia logica di cui è maestro, una "veglia laica" per la libertà del Papa di parlare (come se il Santo Padre fosse imbavagliato e non esprimesse puntualmente e in ogni luogo e tempo il suo pensiero), trappolone in cui cadono pure i poveri ignavi del novello Partito Democratico. [stasimo- 15/01/2008] Giunge improvvisa la notizia che il Santo Padre Benedetto XVI ha considerato inopportuna la sua presenza presso l'Ateneo romano e quindi, dispiaciuto, declina l'invito. Gli studenti cantano vittoria mentre la macchina infernale della controinformazione non si ferma e anzi rincara la dose. I telegiornali aprono in coro con la notizia intonando lamenti e gemiti, l'aula parlamentare (che avrebbe ben altro di cui discutere) è tutto un risuonare di grida e di prese di posizione di condanna. I demiurghi dell'insulto alla verità esercitano, perfidi, le loro arti magiche, confezionando su quasi tutti i quotidiani pezzi degni del museo degli orrori. Campione fra tutti il direttore del TG2 Mauro Mazza che chiude l'edizione delle tredici con un monologo nel quale. dopo aver paragonato gli studiosi de "La Sapienza" alla "monnezza" napoletana e rievocato nostalgicamente i tempi di Bettino Craxi, argomenta che è periodo di sonno della ragione che genera nuovi mostri e mostriciattoli, segno, secondo lui, di una vera intolleranza oscurantista. Bisognerebbe ricordare al caro direttore che la frase da lui citata è stata incisa da Goya in un'acquaforte pubblicata nel 1799 che ha dato non poche noie al suo autore, costretto a ritirarla dalla circolazione per timore di un intervento censorio ... della Santa Inquisizione (quella sì, mi pare, oscurantista davvero). [epilogo - forse - 16/01/2008] Il Papa non inaugurerà l'anno Accademico de "La Sapienza". Io ho cercato, nelle pagine della stampa estera, la notizia che tra le nostre italiche sponde ha causato tanto chiasso e mosso tali erculei personaggi. Ebbene, se anche voi lo farete vi accorgerete che dappertutto passa praticamente inosservata. Striminziti trafiletti in Francia, Germania, Inghilterra. Qualcosa di più, ma sempre con modestia, in Spagna. Insomma, la faccenda pare non essere molto interessante, per nessuno. Tranne che per noi. Ben altre sono le questioni che fanno una cattiva pubblicità al nostro povero Paese. Oggi "BBC news" titola (in piccolino, ma in prima pagina on line) con le dimissioni del nostro Ministro della Giustizia...

"Il sonno della ragione genera... Mazza". (Liberamente tratto dall'incisione di Francisco Goya)
"...un'automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Vittoria di Samotracia." dal "Manifesto del Futurismo" - Le Figaro 20 febbraio 1909
Per tre giorni, questa settimana, i camionisti hanno messo a riposo i loro bestioni. Si sono fermati. Sciopero. Sono bastati questi tre giorni per trasformare la nostra tranquilla routine in una specie di allucinazione. File spaventose ai distributori di benzina prosciugati e gente impazzita che si prendeva a schiaffi per rivendicare il posto alla pompa. Bagarinaggio petrolifero. Merci ammuffite trasformate in immondizia. Supermercati a corto di vivande. Speculazioni sui prezzi degli ortaggi. Qualcuno ha riscoperto di avere i piedi. Tutto questo perché la macchina della distribuzione ha avuto tre giorni (tre) di squilibrio. Proviamo a fare un esperimento mentale e ad estendere a dieci giorni e poi a venti giorni questa situazione. Dieci giorni dopo il fermo anche gli automobilisti più previdenti (quelli che avevano fatto il pieno) hanno l'automobile parcheggiata. I più previdenti tra i previdenti l'avevano parcheggiata già al sesto giorno preservando così una tacca di carburante in caso di necessità vitale. Gli sprovveduti si fanno sorprendere dal serbatoio vuoto mentre cercano affannosamente, con gli ultimi sgoccioli di super, un impossibile benzinaio aperto e sono costretti a lasciare l'auto tristemente buttata sul ciglio della statale. I supermercati si sono svuotati di quasi tutto. Niente più merci fresche comunque. Vengono presi d'assalto i mercati rionali ma anche lì quasi niente, poi i contadini, i coltivatori diretti, che però non hanno sufficiente produzione e un po' di scorta serve anche a loro. Molta gente si accorge di non avere un orto. Quelli che hanno un giardino si accorgono di non sapere niente di coltivazione e che seminare e raccogliere non sono la stessa cosa. E' inverno. I riscaldamenti delle abitazioni cominciano a non funzionare più. C'è un freddo cane. Molti si accorgono di non avere un camino e che nessuno produce più da un pezzo stufe a legna. Quelli che hanno un solaio cercano la vecchia stufa del bisnonno, la trovano, ma non hanno legna adatta da bruciare. Venti giorni dopo. Le centrali elettriche a petrolio non producono energia. La rete elettrica diventa instabile. La corrente viene razionata e riservata esclusivamente ai servizi di massima necessità. Le città calano nel buio. Le televisioni si spengono, alcuni si ricordano dell'esistenza di computers a manovella pensati per il terzo mondo, ma non si trovano e gli aerei senza approvvigionamenti di carburante non possono volare. Bancomat e carte di credito diventano pezzi di plastica inservibili. Il mondo diventa improvvisamente gigantesco. Il viaggio quotidiano di venti chilometri da percorrere per lavoro diventa impossibile. A piedi o in bicicletta lo spazio si dilata enormemente e venti chilometri sono infiniti. Potrei continuare con le fabbriche che chiudono, gli impiegati che si disimpiegano, le farmacie che tornano ai preparati galenici. In venti giorni ci troveremmo catapultati più o meno nelle condizioni della società preindustriale. Venti giorni senza il motore della nostra civiltà. Il petrolio. Ho un po' lavorato di fantasia, è ovvio. Però potremmo chiederci se questi scenari siano del tutto improbabili. D'altronde il petrolio non è un bene infinito, anzi, probabilmente il picco della sua estrazione è stato già superato e se non è così lo sarà entro pochi anni. Questo vuol dire che il suo prezzo è destinato a crescere inevitabilmente e non potrà mai scendere se non per brevi assestamenti. Tra qualche anno i carburanti costeranno così tanto che dovremmo rinunciare a molte cose a cui siamo abituati. Non arriveremo a vedere l'ultima goccia di petrolio. L'estrazione terminerà perché il valore del bene sarà così alto da renderlo inutile. Il giocattolo che fino ad ora ha funzionato a dovere si sta inceppando. Il difetto dello scenario che ho descritto sopra sta soltanto nel fatto che lì appare tutto concentrato in un lasso di tempo brevissimo. In verità tutta accadrà con molta lentezza e se da un lato questo può consentirci di varare contromisure efficaci, dall'altro attenua pericolosamente la percezione di gravità. Stiamo sprecando tempo insomma e potremmo accorgerci troppo tardi che non c'è più niente da fare. E adesso ditemi se non sono un perfetto apocalittico.
La parola “onore” ha un significato che non può essere equivocato, neanche in questi tempi particolarmente disattenti alle sottili questioni semantiche. Citando da vocabolario, l’onore: “implica la cura o la conservazione della propria integrità ed onestà, suscettibile di esaltarsi a divisa morale”. Poiché assurto ad un livello socialmente meritevole di riguardo, al membro del Parlamento, sia deputato che senatore, viene attribuito il titolo di “onorevole”. Tale titolo porta con sé, però, anche e soprattutto, l’intero significato della parola “onore” che ho esposto sopra. Si è “onorevoli”, insomma per mero titolo, ma lo si deve essere anche sostanzialmente, e cioè per la propria integrità ed onestà morale. Ora; si sa che la moralità non è qualcosa di storicamente determinato una volta per tutte ma si plasma di volta in volta con i tempi e subisce dilatazioni e contrazioni periodiche per cui ciò che una volta veniva considerato immorale oggi può anche essere accettato di buon grado e viceversa qualcos’altro considerato accettabile un tempo oggi può essere considerato sommamente immorale. Quindi come regolarsi e stabilire quando una condotta è “morale” (e quindi “onorevole”) e quando non lo è? Questo campo è notoriamente insidioso, perciò il ragionamento va ricondotto all’individuazione di una radice che deve per forza unire tutto ciò che può dirsi morale e senza la quale non si può neppure parlare di “onore”. Sgombriamo il campo dalla serie di norme e prescrizioni che individuano condotte morali in base all’aderenza o no a precetti religiosi particolari (facciamo quindi un discorso laico) e manteniamoci pure al livello più sobrio ed essenziale possibile. Io credo che al minimo ed essenziale livello, sopra il quale si possono addizionare tutte le altre strutture possibili di individuazione di ciò che è morale (o non lo è), non può che trovarsi il principio di coerenza. E, ad essere precisi, di coerenza, potremmo dire, “temporalmente determinata”. Il principio trae origine da quello puramente logico-aristotelico di identità e non contraddizione. A = A nello stesso luogo e tempo determinato. Trasportato dal piano ontologico a quello pratico il principio specifica sia l’ovvia identità di una cosa con se stessa in un dato momento e luogo (“questa sedia” in questo momento e in questo luogo è “questa sedia” e non può essere, che so, un tubo da stufa) ma anche, e più sottilmente, l’ identità - che rientra nell’ambito morale - tra ciò che si predica in un dato momento storico e ciò che si pratica nello stesso tempo e luogo. Tra la teoria e la prassi insomma, tra ciò che è professato e ciò che è vissuto. Da questo punto di vista, quindi non ha importanza ciò in cui si crede o ciò che si fa. L’importante è che ciò che si fa e ciò in cui si crede coincidano. Tale condotta è certamente di base “morale”. Non mi sfugge, ovviamente, la paradossalità di ciò che affermo. Paradossalità per la quale il comportamento, che so, di Hitler potrebbe, da questo mio assunto, essere considerato “morale” in quanto perfettamente aderente al suo intimo credo. E’ chiaro che la coerenza non basta. Qui stiamo parlando tuttavia di individuare un livello essenziale, assolutamente essenziale. Un postulato. Certamente, senza questo assunto, non si può parlare di comportamento morale. Tanto più che spesso chi è incoerente tra ciò che dice e ciò che fa lo è perché ciò che fa sarebbe tacciato di immoralità (a ragione o a torto) dalla pubblica opinione, venendosi a trovare così in una condizione di doppia immoralità: sostanziale e pure sul piano, diciamo così, dei precetti. Sostanziale per via del non rispetto del principio di coerenza, sul piano dei precetti perché va a contravvenire a ciò che la morale storicamente determinata (da norme, credi e quant’altro) considera virtuoso. E si dimostra anche un vile, poiché cerca di sfuggire (quasi sempre per mero calcolo e convenienza personale), attraverso l’uso di argomentazioni non coerenti con la sua indole e con in suoi atti, al confronto con quei precetti che non rispetta e nei quali, quindi, intimamente non crede (Il Marchese De Sade era certamente un libertino immorale, ma ha vissuto “moralmente” la sua immoralità, professando sempre il libertinaggio e pagando di persona per le sue convinzioni e per i suoi atti). Un siffatto individuo non può avere nulla di “onorevole” e non può essere neppure chiamato tale, poiché la sua incoerenza impedisce la conservazione della propria integrità ed onestà. Non sta a questo ragionamento determinare quante onorevoli “Mele”, nella nostra classe politica, sono da considerarsi marce sul piano di questa moralità sostanziale. Recenti fatti di cronaca1 dimostrano (e non ci sarebbe stato neanche bisogno a vero dire) che questo è un argomento che dovrebbe parecchio preoccuparci .
Note 1) Si fa ovviamente riferimento (se qualcuno non lo avesse ancora capito) alla arcinota vicenda dell’”onorevole” Cosimo Mele, sposato con due figli e un terzo in prossimo arrivo (come da cronache giornalistiche), paladino in Parlamento della insindacabile sacralità della famiglia tradizionale cristianamente vissuta, nonché vivace assertore dell’inasprimento delle pene per tossicodipendenti e spacciatori, miseramente “beccato” in un albergo da 500 Euro a notte (alla faccia dell’austerity) in compagnia di due compiacenti signorine durante un festino a base di sesso cocaina e chi più ne ha più ne metta.
Mi chiedo come si possa affermare che la televisione non sia anche un mezzo istruttivo. Basta sintonizzarsi sulle frequenze giuste, non accontentarsi del primo programma piombato a caso nella roulette (russa) del telecomando. Cercare bisogna! Tra le frequenze, con fiducia, tenendo presenti alcuni luoghi privilegiati, baluardi della cultura e quasi nuove democratiche Accademie. I telegiornali, ad esempio, hanno redazioni intere di dotti enciclopedisti, che squadernano ogni giorno davanti ai nostri occhi un mondo di nuove e sbalorditive nozioni in grado, improvvisamente, di rivoluzionare in tutto i vecchi concetti e le ammuffite incrostazioni di una arcaica, quanto ingenua, cultura scolastica (vecchiume…). L’altro giorno, per fare un esempio, durante un tranquillo desinare, una notizia è intervenuta a minare all’improvviso alcune delle mie certezze ingenue e dogmatiche sull’italica geografia. Apprendevo infatti (e la cosa mi ha fatto sobbalzar di sedia), da una erudita giornalista del Tg2, che Jesolo si trova nelle Marche1 (insieme, forse, con Anconolo, San Benedettolo, Falconarala e chissà quante altre meravigliose e mai vedute città). D’improvviso appariva chiaro come la mia mente fosse stata anticamente pervertita dagli infausti insegnamenti della maestra che, alle scuole elementari, aveva convinto me e tutto il resto della classe del fatto che Jesolo fosse una cittadina balneare veneta. Non è davvero la prima volta che i giornalisti mi aiutano, attraverso la loro colta dottrina, a rettificare le molteplici confusioni sedimentate nella mia corteccia temporale sin dall’epoca di quella approssimativa formazione che, una volta, si svolgeva tra banchi e cattedre. Quanti di voi non hanno, da sempre, erroneamente pensato che gli orsi fossero plantigradi? Ma io ho dovuto apprendere invece da un giornalista di “Studio Aperto”, particolarmente ferrato in zoologia, che sono pachidermi!! 2 Tempo fa Karl Popper scriveva che sarebbe stato necessario dotare chi si appresta a fare televisione di una patente che fosse certificazione di competenza (e di buona fede). Io andrei per gradi e intanto mi accontenterei che i giornalisti, all’atto di essere assunti, producano almeno copia della loro licenza elementare.
1 – “Tg2” del 28 maggio 2007 ore 13.25 La notizia parlava di alcuni squali trasportati in mostra a Jesolo (che ovviamente è in Veneto e non nelle Marche dove c’è casomai Jesi) la notizia viene riportata (e senza correzione) anche dal seguente sito http://news.centrodiascolto.it/?q=view/id=159100/n=STURLA+RICCARDO/Squali_in_mostra_a_Jesolo
2 – “Studio Aperto” del 12 febbraio 2007 la notizia parlava di un orso che in America, e precisamente nel New Jersey, si era arrampicato su un albero in prossimità di una abitazione. Il servizio si chiudeva affermando che il pachiderma (sigh!) era stato narcotizzato e successivamente riportato nel suo habitat naturale.
E dunque ci siamo! Siamo alla vigilia dello sciopero più demenziale che si sia mai dato nel patrio suolo. Parlo dello sciopero indetto per il 14 ottobre dai lavoratori dello spettacolo, per protestare contro il taglio del 40 per cento previsto dalla Finanziaria 2006 del FUS (fondo unico per lo spettacolo). La ghigliottina di Harry Potter ha colpito duro stavolta. Alla ricerca di spese inutili da tagliare in forma creativa, ha affettato quasi per la metà il copioso fiume di danaro pubblico con il quale lo spettacolo italiano crea le sue opere immortali. Dopo la batosta si paventano scenari agghiaccianti. Cito da "Repubblica": «La Mostra di Venezia? Probabilmente non si farà. Il Centro Sperimentale di Cinematografia? Dovrà sospendere l'attività didattica. [...] Le Fondazioni liriche si limiteranno a pagare gli stupendi ai dipendenti. I teatri stabili e le compagnie di prosa rischiano l'inattività.» Le avvisaglie c'erano tutte. Giorni fa tutto il lamentoso corteo dello spettacolo si era recato dal sommo presidente Ciampi a pietire «sostegno per l'identità culturale del paese e le attività artistiche». E' necessario forse ristabilire la ragione e cercare di capire ciò di cui si parla. Noi siamo abituati ormai a considerare la produzione artistica alla stessa stregua dei musei. La produzione e la tutela delle vestigia del passato si confondono. Perché? Sembra che, chi produce arte (teatrale, cinematografica, musicale, ecc...) vada tutelato, poiché senza l'attenzione paternalistica dello Stato (sovvenzioni) non potrebbe sopravvivere. L'arte in sé non basta alla sopravvivenza in quanto il bene non è più richiesto, ovvero non è richiesto nei termini e nelle quantità in cui lo era nel passato. Se non sopravvive il produttore non sopravvive il prodotto. Abbiamo dunque lo Stato che provvede al mantenimento di un "bene culturale" che nel passato viveva di vita propria e aveva un suo senso d'essere, in quanto profondamente legato alle necessità sociali, e che adesso invece è in stato comatoso. All'origine della situazione sta quella che, a mio avviso, è la vera tendenza psicopatologica della nostra civiltà. L'idea che le cose non debbano mai cambiare. Non possano cambiare. La non accettazione della morte. E la mancanza di capacità di sopportazione del dolore. Noi non possiamo più concepire che le cose, così come le conosciamo, siano soggette ad un movimento storico. Che qualcosa inevitabilmente si perda. Da anni diciamo che il teatro è morto, che il cinema è morto, ma la realtà è un'altra. Né il teatro, né il cinema, né altre arti sono realmente morte. Esse non possono morire poiché vengono mantenute, con una sorta di accanimento terapeutico, in stato vegetativo da strutture artificiali. Macchine cuore polmone, alimentazioni forzate a base di sonde gastriche le foraggiano di danaro pubblico, e tutto ciò perché abbiamo paura di vederle morire davvero, di perderle per sempre. Nessuna cosa, nessun pensiero è mai stato più lontano dalla vita, dal "bios" che dovrebbe essere la fonte delle arti. La creazione artificiale di un soggetto né vivo né morto, un non-morto dalla natura vampiresca (succhiasangue). Questo è il segnale chiarissimo del nostro allontanamento (definitivo?) dallo stato di natura. Della nostra estrema paura e della nostra enorme, ciclopica fragilità. Colti da follia delirante pensiamo che tutto possa essere normato al fine di preservazione eterna e non ci accorgiamo che stiamo tentando di creare "in vitro" la fine della storia. Per tornare alla vicenda particolare. Se lo Stato dimezza i fondi per lo spettacolo il risultato sarà che lo spettacolo, come lo si è fatto fino ad ora, non potrà più sussistere. Ciò vorrà dire che chi per anni ha potuto foraggiarsi abbondantemente di quattrini pubblici, dovrà rifare i propri conti e forse dedicarsi ad altra attività più redditizia (che so, ad esempio l'agricoltura). Che le traviate e i rigolettacci di provincia e di città saranno fatti in forma più consona e meno dispendiosa, che cantantucoli e/o attorucoli dovranno calmierare i loro cospicui cachet e dovranno rassegnarsi poiché nessuno sarà disposto a pagarli più di tanto. Che i vampiri che succhiano il danaro pubblico per restituirci salatissime brodaglie archeologiche mal recitate e stantie, vaporizzeranno alla vista del sole. E se qualcuno pensa come mai uno che fa teatro possa essere così tranquillo nell'affrontare l'apparente disastro, chiarisco che di disastro non si tratta, ma di un normale passaggio storico, come ce ne sono stati tanti, infiniti. Perché nel corso della storia il teatro è morto un sacco di volte. ed è sempre risorto, più forte di prima. Perché la morte e la resurrezione sono l'essenza del teatro. Ma se si permette che esso muoia. Se non si ha paura. E nessuno di quelli che fanno teatro sul serio ha veramente paura. Molta paura invece ce l'hanno i vip dello spettacolo che devono preoccuparsi di mantenere il loro "status sociale" procurato dai lauti compensi del loro stipendiato stare al mondo. Guai a toccarli nei loro privilegi mascherati da "attività culturali". La mobilitazione è istantanea, anche se un po' idiota (fermare gli spettacoli di venerdì, il 14 ottobre, è proprio una protesta risibile, si spera insomma in un po' di caciara tanto per far intervenire qualche maxiemendamento che ristabilisca l'ordine delle cose). Il Teatro avrebbe davvero bisogno di una catartica fiammata in cui non un 40% ma l'intero FUS fosse dirottato ad altri scopi benefici. Vedremmo allora davvero il crollo delle cariatidi, il deserto più aspro e finalmente la rinascita della vita. Ma per ora non c'è problema. Gli scioperati dello spettacolo hanno indetto lo sciopero. Avanti popolo. A riscuotere!!!
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