|
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
«Quasi immediatamente, la realtà ha ceduto in più punti. Quel ch’è certo, è che anelava di cedere»
J.L. Borges
E siccome al peggio non v’è mai fine dobbiamo anche registrare l’incremento di un infausto fenomeno, per verità non inedito, benché tollerabile in passato in quanto raro e in qualche modo più grazioso e innocente, ma che ora sta evolvendo in forme nuove e vertiginose. Parlo della disgraziata consuetudine di declinare in oscene ammucchiate paesane i “format” televisivi - spesso i più demenziali - realizzando così un processo di involgarimento ulteriore di qualcosa che essendo già di volgarissima fattura parrebbe impossibile peggiorare ancora. Si tratta, in fondo, di una sostituzione del vecchio concetto di “sagra” che nasceva da un antico simbolismo legato alla religione popolare (da sacrum) che rivela però come ormai si sia del tutto compiuta la rescissione del filo culturale che legava ciò che siamo a ciò che siamo stati. Non è, come può apparire, una questione di poco conto. Le espressioni popolari non escono dal nulla né possono essere sostituite così rapidamente senza potenti spinte pressorie. Qualcosa di importante deve essere accaduto. Il cedimento improvviso (quanto anelato) di un pezzo di mondo antico segna quanto si sia ormai prossimi a portare a definitiva compiutezza l’esperimento di virtualizzazione dell’esistente nel quale tutti ci troviamo involontariamente e il più delle volte inconsapevolmente sprofondati. Un esperimento epocale e grandioso, forse il più ambizioso che mai sia stato tentato, che consiste nel pervenire, da parte di un Potere sterminato, al massimo livello immaginabile di coercizione e di concentrazione senza l’uso di alcuna violenza fisica (ad eccezione di alcuni fenomeni quasi accidentali, comunque di trascurabile entità) ma semplicemente plasmando l’intera realtà, compresa quella percettiva, “in vitro” ed eterodirigendola efficacemente.
La “realtà virtuale” è ormai di fatto la “realtà reale” e non quella che da questa viene fatta intendere, ovvero quella digitalizzata e cablata. Anzi, per somma di paradossi, l’unica realtà effettivamente reale rimasta sarebbe proprio quella che si nasconde, sfuggente, tra i meandri delle connessioni elettroniche dove ancora scorrono informazioni clandestine, sfuggite al controllo e che ufficialmente, cioè nella realtà virtualizzata, non esistono in quanto preventivamente espulse.
Come si è arrivati a questo? Il processo non è molto complesso. Stante l’esistenza di una realtà contenente delle informazioni e la possibilità di descriverla mediante altre informazioni è stato facile concepire la possibilità di crearne una ex novo attraverso mere informazioni descrittive e sostituirla alla realtà vera. Un procedimento del tutto simile a quello che esegue un romanziere o un narratore che scrive finzioni descrittive verosimili.
Come nel passaggio all’”Orbis Tertius” di Borges l’esperimento di riscrivere la realtà da capo a fondo è dunque iniziato e, forte di mezzi tecnici di straordinaria capacità pervasiva, ha cominciato a funzionare da un pezzo.
Il mondo virtuale (quello fatto di informazioni) non descrive più quello reale (che dovrebbe contenere le informazioni “vere” da diffondere) ma al contrario fabbrica informazioni “ad hoc” e le inietta in una nuova realtà rettificata che diventa più vera di quella vera. E’ come se vivessimo in un romanzo o in una sceneggiatura nella quale alcuni autori (a loro volta eterodiretti) procedono a disegnare gli eventi nelle loro linee generali lasciando poi all’improvvisazione degli attori la scrittura di battute a caso. Nell’universo delle percezioni virtualizzate i limiti sono di altra natura rispetto al principio di realtà di freudiana memoria e vengono inoculati sotto forma di strutture normative implicite (mentre le norme esplicite possono essere tranquillamente superate) di casta o di gruppo sfruttando il cavallo di troia delle parole ambiguate. Già da un pezzo (pressoché dai tempi di Protagora) ci si era accorti che le parole potevano significare delle cose o il loro contrario a seconda della convenienza. Ma oggi la spregiudicatezza nell’uso dell’ambiguità verbale è divenuta il vero strumento del Potere. Il grimaldello per aprire qualunque soglia e creare “ex nihilo” e direttamente nelle menti degli individui le percezioni, le sensazoni, le minacce, le soddisfazioni. Per la prima volta nella storia il Potere non ha più bisogno di avere un nemico reale contro il quale mobilitare le masse (cosa da sempre massimamente necessaria e vitale per l’esistenza di qualunque potere coercitivo) poiché “il nemico” lo si può facilmente creare dal nulla, incorporeo come un fantasma ma più presente e pericoloso nella percezione di quanto non lo sarebbe un nemico vero. Non sto parlando della propaganda. Quella c’è sempre stata. No. Sto parlando di qualcosa di enormemente più efficace e potente. Qualcosa che, agendo concretamente all’interno delle cortecce cerebrali, conduce a stati allucinatori e porta a mutare perfino la realtà fisica. Corporea. Qualcosa di più di una semplice cultura (o sottocultura) dominante. Si tratta della consacrazione quel Potere preconizzato da Pasolini già quaranta anni fa e che lui, non sapendo come nomare, chiamava “nuovo fascismo”, concetto assai diverso e addirittura per certi versi ribaltato, rispetto al vecchio ed esausto fascismo (quello per intenderci delle camice nere e del manganello). Oggi quel Potere, di cui Pasolini vedeva l’incedere, è operante e capace di modificare antropologicamente le persone e le cose attraverso la delegittimazione del reale e la glorificazione del virtuale.
La si può vedere ovunque questa realtà virtualizzata. Nelle facce delle persone che circolano nei supermercati, nei volti botulinizzati, nei corpi ri-costruiti secondo modelli innaturali e orrendi (ma “belli” nella percezione snaturata di chi si fa maschera inconsapevole di questo Potere sovrastante). Nelle mode, che d’improvviso si impongono e che sembrano sfidare ogni concetto estetico concepibile. Nei desideri, infine, nelle proiezioni più intime degli individui, dilaniati tra il loro essere massa informe e la possibilità, concessa dal Potere, dell’elezione nell’Olimpo dei semidei cui tutti possono legittimamente (anche se transitoriamente) aspirare.
Come e più che in “Salò” - il film probabilmente più disturbante della storia del cinema - una casta ristrettissima di Onnipotenti decide ormai qualunque aspetto dell’esistenza di ogni persona vivente nel mondo (evoluto). Da chi sarà l’idolo (momentaneo) delle masse, a come dovrà essere il volto di una donna o il corpo di un uomo perché risultino sessualmente attrattivi, alla griffe sul costosissimo calzino che dovrà ineluttabilmente essere indossato, alle malattie di cui soffrire, al modo e al tempo in cui vivere o morire. Così immenso è il Potere di costoro che possono permettersi (a differenza di “Salò”, che non era giunto a tanto) anche l’esistenza di voci dissenzienti, ed anzi, a volte, qualcuna di esse viene addirittura generata appositamente, poiché anche il dissenso è oltremodo funzionale alla perpetuazione del Potere in quanto dimostrazione agente della sua ribadita democraticità e tolleranza (parole ormai devastate e dal senso originario pressoché inaccessibile). Ovviamente la contromisura a tutto questo esiste ed è struggentemente semplice. Si tratterebbe nient’altro che di procedere a vagliare le cose (ogni cosa) con critica razionalità. Ragionare insomma su ciò che si vede, sull’informazione con cui si entra in contatto, rapportando tutto alla propria cultura. Sembrerebbe questione di assoluta banalità. Ma qui sta la chiave vera del Potere. La realtà reale, non virtualizzata, non può essere affrontatata razionalmente senza averne la forza. E non parlo del “sapere”, mai come oggi la cultura (almeno mediamente) è diffusa. Parlo della capacità di sopportare il dolore. La vita è un’esperienza straordinaria ma che necessita, per essere vissuta, della capacità di non farsi sopraffare dal dolore. Questa capacità è necessaria anche per raggiungere un’indipendenza culturale non effimera. Guardare il mondo così com’è è spaventoso, angosciante quanto meraviglioso. Un pensiero immaturo non è in grado di reggere a questa verità. E non si è adulti finché non si riesce a sopportare la gravità del mondo e magari a volgerla in leggerezza con un salto. Ma la realtà virtualizzata abolisce il dolore per slogan. E’ infinitamente consolante e nutriente. Ti ricopre di riguardi, pensa a te e, se sei buono, non ti fa mancare la pappa; come fanno alcuni uccelli che nutrono i propri piccoli rigurgitando nelle loro gole incapaci il cibo già digerito. Un atto d’amore quello, (successivamente al quale lo stesso uccello caccia il piccolo dal nido gettandolo, solo, nel mondo) che si trasforma, nel nostro caso, in un mostruoso metodo per determinare una dipendenza infinita in soggetti resi indeterminatamente immaturi. In fondo, come diceva Kant, parlando dell’Illuminismo, si tratta per l’uomo di uscire: «da uno stato di minorità intellettuale il quale è imputabile a se stesso». Una sfida che non sembriamo in grado di vincere. Per terminare vorrei ricollegarmi alla figura del salto che ho usato prima e che ho ripreso da un passo delle “Lezioni Americane” di Calvino. Si tratta del commento ad un passo del “Decameron” dove appare il poeta Guido Cavalcanti mentre si allontana con un salto improvviso da un gruppo di coetanei che lo invitano a lasciar perdere le sue meditazioni per unirsi a loro nella baldoria. Essendo, le lezioni di Calvino, proposte per il prossimo millennio, ovvero per il tempo disgraziato che ora stiamo vivendo, credo che sia quantomeno opportuna una riflessione: «se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite».
Seduto sulla sedia fisso il monitor che mi appare più bianco e livido del solito. Dietro di me la televisione, autisticamente, trasmette al vuoto della mia stanza da letto la musica del concerto del primo maggio; laica liturgia di ogni anno. Al ritorno dall'uscita d'ordinanza per le cittadine vuote e calcinate dell'entroterra marchigiano, in una giornata finalmente di primavera, la mia mente è abbastanza neutralizzata. Riprendo, piano, a scrivere. Riprendo, finalmente, uno spazio che è solo mio. Il roccheggiante accompagnamento che mi martella da dietro si interrompe e dà spazio alle parole, che non ascolto, di una impacciata Impacciatore e di un "qualcuno" che dalla voce non riconosco. Le parole, che continuo a non ascoltare, fluiscono con la consueta melmosità, parole automatiche, intonazioni automatiche, televisive. Dinamica normalizzata, come si deve, intelligenza normalizzata, come è d'uopo. Frequenze medie, per un grande pubblico anch'esso medio, livellato, come il suono che fuoriesce dalle colossali casse acustiche. Volume altissimo. Nessun picco. Salto indietro di qualche ora: nella piazza vuota di San Severino, seduto su di una panchina, il suono insistente dell'acqua di una fontana, anch'essa dietro di me, riempie di un sottofondo gentile l'aria quasi irreale. Sto, un istante, a occhi chiusi. All'improvviso il rumore di motori che si avvicinano mi costringe a tornare vigile. In una lunga fila le Fiat 500 fanno un trionfante ingresso in piazza e si allineano docili. Il rombo di motori sapientemente modificati, i colori vivaci, le brillanti cromature, il vociare acceso degli automobilisti, cambiano definitivamente lo scenario sonoro. Mi piace. Ma alzo i tacchi e me ne vado. Torno angustiato alla mia camera da letto, alle parole che la tv vomita dietro di me. Ora parla il Presidente della Repubblica. Non ascolto. Da che cosa fuggo in questo primo maggio assolato e limpido? Forse dall'immersione onnivora di ogni giorno nell'insensatezza. Dalla forzata prossimità dei molti che prossimi non sento e che, forse, non potranno esserlo mai. Dalla dannazione umana, troppo umana, di una società che ciecamente, turpemente, riproduce se stessa e ci impastoia in vincoli di ogni sorta. Fuggo dagli occhi beffardi dei funzionari, orribili riproduzioni inconsapevoli di mille obbedienti Eichmann. Dalla banalità delle loro scartoffie cieche, fuggo, soprattutto, dalle chiacchiere vuote che infestano con la loro stupida inutilità le nostre ore, i nostri giorni. Preziosi. Forse è proprio per questo che per lungo tempo mi sono appartato nel mio teatro, nell'unico posto dove, insieme ad uno sparuto cenacolo di persone, posso concedermi la nobiltà del parlare e dell'ascoltare abolendo quasi del tutto l'immensa cacofonìa che come un delirio insensato aggiunge rumore al rumore, la bufera infernale di opinioni, chiacchiere, urla, che nella loro caoticità esauriscono ogni fatto disintegrandolo senza neppure sforzarsi di comprenderlo in alcuno schema di pensiero coerente. Seduto sulla sedia, continuo a fissare il monitor, che mi appare più livido e bianco del solito. Dietro di me la televisione continua nel suo ripugnante, incessante rigurgito. Penso alle parole conclusive de "Le Città Invisibili" di Calvino: «L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
«La natura è sincera noi no. Noi imbalsamiamo i morti» U. Betti
Quante volte mi sono chiesto dove fosse il passato. Perché tutta la nostra esistenza appare determinata da qualcosa che non esiste più se non nelle grigie circonvoluzioni della nostra mente. O addirittura in tracce ancor più labili, documenti scritti o reperti sepolti. Quante volte guardando una fotografia, ho stentato a credere di essere proprio io l'individuo ritratto. Quante volte il racconto di un medesimo evento ha cambiato forma se narrato da bocche differenti ancorché esse abbiano vissuto la stessa esperienza nello stesso luogo e nello stesso istante. Che cosa può mai importarci di qualcosa che non esiste più in nessun luogo, qualcosa a cui non possiamo più accedere; il cui oblio è il più definitivo che possa darsi? Perché siamo così affezionati al passato? Ma, a ben vedere, noi viviamo di reminiscenze. E non paghi della nostra memoria fisica, che giudichiamo fallace, inesaustiva, facciamo ricorso continuamente a protesi di ogni tipo. Dai documenti, di cui riempiamo inutilmente scaffali per preservare traccia di ogni minimo avvenimento - nascite, morti, diplomi, giudizi, sentenze - ai ritratti, alle fotografie, alle configurazioni elettriche o magnetiche di dischi rigidi e memorie informatiche. Come se potessimo essere in grado davvero di ricostruire da quei poveri brandelli scompaginati una realtà inesistente. E così, forzata da questa potente idolatrìa, la nostra vita si sviluppa entro i confini di gigantesche necropoli (i nostri uffici, le nostre case, i nostri musei, le nostre biblioteche) nelle quali celebriamo costantemente il culto di ciò che non c'è più. Tutto ciò nella più profonda convinzione che gli eventi del passato abbiano determinato ciò che ora siamo (Ora?). Siamo così convinti che il passato esista o sia esistito e per di più significhi qualcosa? Siamo così convinti cha ad una causa corrisponda sempre un effetto? Che esista la colpa piuttosto che l'innocenza? Capisco che queste affermazioni potrebbero suonare paradossali, addirittura folli (già più di un filosofo fu accusato di follia per aver affermato cose simili... a partire da Parmenide). Ma io non sono impazzito né ho perso contatto con la "realtà". E che tutto ciò che appare a un primo sguardo evidente e privo di problematicità - lapalissiano - in genere si rivela un abisso di oscurità non appena lo si investe di pensiero. E scopriamo così di aver sempre a che fare con delle fedi piuttosto che con un reale sapere. E che le nostre fedi abbracciano tutto quanto, tanto più ciò che consideriamo immediatamente evidente. E allo stesso modo scopriamo che, da sempre, ogni tentativo umano di avvicinarsi alla verità è consistito nel negare proprio ciò che è evidente e lapalissiano. Come se il mondo si divertisse a nascondercela la verità, ma non sotto un velo che ne rende appannate le forme; no! Piuttosto facendocela sembrere diversa, ma con lo stesso grado di definizione. Mettendoci sotto gli occhi, a portata dei nostri sensi, qualcosa che appare più che reale, incontestabile e al di sopra di ogni sospetto ma che però ha il trucco. Forse non potremo mai dire qualcosa di definitivo sul mondo che ci ospita e di cui facciamo parte. Di certo però quel che ci appare "reale" dovrebbe farci subito sospettare. E dovremmo fare esercizio di ribaltamento concettuale. Come fece Aristarco che per primo congetturò la possibilità (folle) che il sole stesse fermo in cielo e fosse piuttosto la terra a muoversi intorno a lui. E dunque se quel che appare "realissimo" è che ogni cosa origina da un'altra che l'ha causata, che questa inesauribile catena di cause ed effetti si sgrana nel tempo che scorre trasformando ciò che ORA è in già stato sulla base di leggi ferree e meccanicistiche. Se questo è quel che appare, perché non pensare, ribaltando l'apparenza, che nessun tempo scorra realmente. Che nulla, parimenti, sia determinato davvero se non quello che crediamo lo sia. Che il caso innocentemente giochi, nella nostra vita, un ruolo più grande di ogni determinismo, di ogni meccanicismo. E se davvero fosse la nostra coscienza a informare il mondo per com'è? E se davvero la nostra sostanza fosse come quella dei sogni?
P.S. Se qualche volenteroso volesse saperne un po' di più sull'argomento, può leggere un mio breve scritto in stile un po' più saggistico che costituisce la primissima bozza di una ricerca tutt'ora in atto cliccando su questo link.
«La via è la Pietra. Il punto di partenza è la Pietra» J.L. Borges
All'improvviso ecco che il vociare misto di turisti e di bambini che penetra insidiosamente dalla scala ripida che conduce alla cripta si tace e sono avvolto dal silenzio. Seduto quasi al buio nella sala angusta e pietrosa eretta intorno al 1200 da San Silvestro in cima alla montagna che sovrasta Fabriano sto, a sperimentare un raro momento di Assoluto. Raro. E prezioso. Una luce composta penetra dalle feritoie che, orientate verso il tramontare del sole, furono, un tempo, le ambrate illuminazioni di un antico scriptorium. C'è un silenzio che è isolarsi dalle cose, che consiste nel rifiutare, nell'erigere uno scudo verso gli elementi, quasi a estraniarsi da un mondo che appare una collezione di orrori, un guazzabuglio fastidiante e per certi versi spaventoso. E' il silenzio dei tappi alle orecchie, delle camere insonorizzate e asciutte dove l'assenza di riflessione sonora crea l'effimera, opprimente, suggestione che la voce scompaia come risucchiata dalle pareti.
Non è quel silenzio vuoto a regnare nell'antica, austera costruzione in cui mi trovo. Al contrario. E' una quiete piena, densa; satura di elementi sottili, trame leggere e sommesse che disegnano il mondo e che, inaccessibili nel frastuono al quale siamo perpetuamente dannati, riemergono lì a mostrare che l'essenza delle cose, la ineffabile e pulviscolare materia che tutto pervade, e che non si può comprendere appieno, può però essere scrutata, colta, a condizione che ci si metta in ascolto. Ecco. E' un silenzio, quello, da ascoltare. Forse, in silenzio -e solo in quel silenzio - è possibile intendere la voce sommessa delle cose. Forse proprio da quelle pietre solitarie, che da più di ottocento dei nostri anni continuano, inascoltate, a ripetere la loro litanìa potremmo apprendere tutto «il perché delle cose,[..] il frutto del mattin, della sera, del tacito, infinito andar del tempo». Forse... Il vocìo che prima era scomparso riappare inatteso in lontananza e si introduce molesto. Basta a infrangere, subitaneamente, il fragilissimo, impalpabile filo tessuto in quegli istanti privilegiati e a ripiombarmi, inesorabile, nell'ordinaria angoscia dell'essere scisso dal mondo. Riprendo dunque la mia strada. Salendo le scale, verso la luce del giorno, mi volto a riguardare, per un istante, le pietre della cripta. Forse basterebbe stare davvero in silenzio di fronte a loro per poter ascoltare, finalmente, quella verità che noi, esseri superbi e sciocchi, crediamo di non poter intendere e non intendiamo.
Di Andrea (del 22/01/2009 @ 15:05:35, in Storie, linkato 223 volte)
Era un pomeriggio di gennaio. Due giovani dal volto rassicurante bussarono ad una porta. Aprì loro una donna, anziana, nel volto infossato i segni delle insidie di una lunga e triste malattia. Si presentarono. Dissero di essere lì su indicazione, anche se non su esplicito mandato, di un caro parroco. Egli approvava il loro andare e garantiva della loro buona fede, ne aveva parlato anche dal pulpito della sua chiesa. Osservarono bene quella donna, ponderarono l'incertezza dei suoi occhi, la spossatezza dei suoi gesti, la fragilità originata dalla lotta leonina con il male. Videro quel che restava della forza di un tempo. Videro e parlarono. Dissero parole accorte e sapienti, abili, ineffabili. Breve fu la loro visita, presto ripresero il cammino. Lasciarono a quella donna un oggetto ritraente il Cristo e un debito di millecinquecento euro da regolare in cinque anni. La sera quegli uomini si coricarono nei loro letti e dormirono con profondità. Niente scosse la loro anima, nessuna pietà umana, nessun riguardo neppure verso quel Cristo di cui si professavano seguaci e la cui immagine avevano venduto a caro prezzo e del quale non avevano timore.
Di Andrea (del 08/11/2008 @ 18:37:48, in Storie, linkato 341 volte)
Al risveglio una breve fitta alla schiena non aveva lasciato presagire nulla di buono. Tuttavia le cose sembravano andare per il verso giusto. Soltanto qualche minuto più tardi, durante colazione, i muscoli della zona lombare subivano una contrazione d'improvviso, cui seguiva un dolore intenso, attanagliante.
E così mi ritrovavo fermo sulla sedia, in pigiama. E tutto diventava difficile. Persino acrobatica l'avventura dell'infilarsi i pantaloni e, soprattutto, le scarpe. Qualunque azione mi molestava intimamente, richiedeva un sacrificio anomalo, fastidiante.
Fosse stato un altro giorno, pensavo, non mi sarei certo mosso da casa. Ma quel giorno no. Non potevo starmene buono. Dovevo uscire. Se non l'avessi fatto, forse, avrei perduto qualcosa, e insieme con me, forse, qualcun altro l'avrebbe perduta. Per sempre.
Era in quel giorno che sgomberavano il vecchio manicomio della mia città. Le stanze buie, serrate da decenni, si aprivano al mondo, ma fugacemente. Quell'apertura significava la fine. Tutto sarebbe stato spazzato via, via. Via le mura, via le suppellettili, via le cose, che erano appartenute a quel luogo, che erano state testimoni di tanta vita e di tanto dolore.
Un piccolo esercito di operai ignari era lì, pronto per rendere di nuovo alla funzione civile uno spazio che per troppo tempo aveva conosciuto soltanto buio, oblio. Quasi fosse necessaria una lunga stagione di purgazione, perché potesse essere dimenticato l'orrore, perché svaporasse il pensiero delle vite miserevoli che lì erano vissute.
Tempi andati. Ora, scrostati i segni del passato e i fantasmi che essi evocavano, tutto questo avrebbe fatto posto alla Novità.
Avevo dunque poco tempo, soltanto quella mattina, per avventurarmi, con la mia macchina fotografica, dentro quel luogo. E nessun dannato colpo della strega mi avrebbe fermato.
Zoppicando come un vecchio e con il dolore che mi accompagnava ad ogni passo, mi sono trascinato davanti alla porta, finalmente aperta, che immetteva nel corridoio del manicomio. Non c'era ancora nessuno. Gli operai avevano cominciato dall'altro lato, avevo la mattinata a disposizione. Sono entrato.
Perché ero lì? Percorrevo quel corridoio alla ricerca di qualcosa che testimoniasse della vita? Della eco della vita? Quella eco che senza dubbio risuona nelle cose che hanno avuto particolare prossimità con l'umanità e specialmente con il dolore? Ricercavo fantasmi?
Dopo i primi scatti mi sono accorto che quel luogo parlava, sì, ma non di quello che avrei voluto sentire o creduto di dover sentire.
Quelle mura, che io confidavo potessero fare specchio alla vita riportandomene un'immagine per quanto ectoplasmatica, in realtà erano esse stesse vive. Gli uomini, che per lungo tempo le avevano abbandonate avevano reso le cose alla loro solitudine. Il tempo aveva dunque agito. Aveva modellato la materia sì che le tracce umane ora erano confuse e indistinguibili o meglio era come se fossero conglobate in un tutto. Si erano riconciliate con le cose.
Non avevo trovato quello che cercavo. Ma dell'altro avevo trovato. Cercavo i segni della vita umana e avevo trovato la metafisica delle cose, un'altra dimensione in cui tutto si ricomprende, la lenta, paziente fatica del tempo che mescola e confonde. Che di un graffio inferto sul muro da una mano d'uomo fa un unico disegno con i licheni che dal di dentro sgretolano l'intonaco in cui quel graffio è inciso.
Questo ora mi sembrava dovesse essere colto. Non più il dolore, ma la pace, non la morte, ma la tenera, lieve carezza del tempo sulle cose.
La coltre di polvere in cui tutto era immerso era calata, con leggerezza gentile, anche su una foglia penetrata chissà quando dai vetri squarciati delle finestre e che ora era lì, davanti ai miei occhi, quasi reclamasse di essere fissata in quell'istante per l'eternità. Il tempo delle cose è così diverso da quello degli uomini, pensavo mentre scattavo la foto. Riuscissi a fissare davvero quella forma e cogliere quella meravigliosa ed effimera unità.
Il tempo degli uomini stava per tornare. Essi, che per distrazione o incuria, avevano lasciato per lunghi anni quel luogo come un'isola dimenticata, ora stavano per riprenderselo, lo riportavano alla "loro" vita. Altre storie quelle pareti avrebbero visto e altre grida, altri pianti e altre feste finché il tempo delle cose, nella sua infinita pazienza, non sarebbe tornato a coprirle di nuova polvere.
Ma non proprio tutto sarebbe scomparso mi dicevo, mentre - la schiena sempre più dolorante - mi trascinavo con fatica fuori, nella luce. A me è giunto il messaggio della foglia e forse qualcun altro l'apprenderà dall'immagine di lei che, gelosamente, custodisce la fredda memoria di silicio della macchina fotografica e, forse, anche da quella più calda, misteriosa e romanzesca fissata nella materia grigia del mio cervello.
Le fitte alla schiena erano ormai pressoché insopportabili. Non c'è cosa che si comprenda che non richieda dolore, pensavo.
La foglia in terra
Ieri all'"Infedele" di Gad Lerner ho potuto ascoltare un'acrobatica interpretazione della parabola evangelica dei talenti, avanzata con particolare nonchalance dal portavoce dell'Opus Dei Giuseppe Corigliano. Secondo questa nuova e sorprendente lettura (di sospette simpatie calviniste) pare che Gesù consigliasse di affidare ai banchieri i propri averi per farli meglio fruttare ed entrare in grazia di Dio. (Sarà forse che, ai suoi tempi, non giravano ancora personaggi alla Sindona, che, più di recente, sono stati effettivamente ben conosciuti da alcuni dei suoi rappresentanti in terra, uno per tutti il Cardinale Marcinkus...). La faccenda mi ha un po' stupito, ma non più di tanto. Non è cosa nuova tirare Gesù Cristo per la tunica e mettergli in bocca cose che si fa fatica a digerire. Ricordiamo la celebre frase: "dai a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio", che più d'uno ha interpretato alla stregua di: "dai un colpo al cerchio e un altro alla botte", prefigurando un comodo Messia moderato e "centrista" (mentre a occhio e croce potrebbe significare l'esatto contrario e cioè: "distingui con accuratezza gli ambiti mondano e divino"). La cosa curiosa però era il contesto. Mentre infatti il succitato portavoce dell'Opus Dei ci erudiva con questo bel florilegio di interpretazione teologica, l'ex ministro comunista Ferrero, sempre evangelicamente, approdava alla citazione (un po' scontata a dir vero) della parabola del giovane ricco, dopodiché gli astanti si scontravano con fierezza tra rimandi all'interpretazione weberiana del capitalismo in chiave protestante e sacri testi. E così, mentre le borse schizzavano sull'ottovolante e schiere di banchieri, ballando a tempo di fox trot, si avviavano non senza un rassicurante sorriso, verso il baratro1, ieri in tv un bel consesso di teologi se la (s)ragionava al capezzale del capitalismo morente.
1) Il riferimento riguarda una recente pubblicità televisiva di una banca... poco austera.
Di Andrea (del 16/08/2008 @ 22:18:06, in Storie, linkato 1143 volte)
"Ducunt volentem fata, nolentem trahunt" Seneca, Epist, 107, 10.
Ed eccole, finalmente, sulla sommità del canalone di ghiaia bianca, stagliarsi improvvise le guglie improbabili delle lame rosse. Cesellate in migliaia di anni di erosione e di lavorìo delle acque e del vento. Sembrano piantate lì da un mago burlone che ha voluto incistare nello spazio boschivo consueto e familiare delle nostre montagne un frammento di terra spostato da luoghi lontani ed esotici, monoliti anatolici o dune sahariane.Opportunamente nascoste allo schiamazzo ferragostano che aggroviglia masse umane qualche centinaio di metri più a valle, e che da lassù più non si ode, non sono certo inaccessibili, ma neppure alla portata di chi non voglia render loro un giusto tributo in fatica e sudore.Me ne sono accorto alla prima rampa del sentiero che dalla diga del lago di Fiastra si inerpica verso l'alto. Una salita che da ragazzino avrei affrontato spavaldamente, quasi di corsa, e che ora invece mi ha presentato il conto spezzandomi il fiato e mostrando impietosamente il mio "fuori allenamento".Comunque, stretti i denti e superato l'immediato empasse, le gambe hanno cominciato via via a carburare, gli scarponi a mordere il terreno con più forza, i muscoli a sciogliersi e le piante dei piedi ad abituarsi al fondo pietroso del percorso. Un po' più di un'ora di cammino, neppure troppo aspro, per giungere al canalone. Una lingua sassosa bianca e scoscesa sulla cui sommità ecco apparire le guglie rosse.E ti chiedi come sia possibile che stiano lì, enormi e fragili, che ti sembra di poterle sbriciolare con un semplice cucchiaio, che ti sembra che alla prossima pioggia possano scomparire in una colata di fanghiglia rosso arancio. E ti chiedi quale sia la forza che permette loro di sfidare il vento e il tempo, di resistere caparbie in barba alla furia degli elementi.Poiché, razionalmente, non potrebbero esistere. La materia di cui sono fatte è inconsistente, un agglomerato friabile di pietrisco sottile e polvere rossiccia che forma un castello dalle torri di sabbia alte decine di metri che sembra in ogni istante pronto a dissolversi per sempre nell'informe. Pure le lame rosse permangono in quel canalone da tempo immemorabile.Nella loro immobilità silenziosa e arcana è forse nascosta una forza che per essere scorta pretende un punto di vista diverso e faticoso. Forse quelle forme, lungi dal vivere per sfida, esistono proprio perché in perfetto accordo con quella pioggia e quelle correnti che sfiorandone, carezzandone le delicate figure e imprimendo in loro quelle eleganti e ardite volute, non le distruggono. Esse, forse, sono così perché così vuole il vento. Esistono nel loro tempo, infinitamente più lungo, dilatato, del nostro - cui ci è dato tuttavia il privilegio di scorgerle - apparentemente immobili e ieratiche ma invece in incessante trasformazione. Due mondi opposti si scrutano quando un uomo affaticato, come lo sono stato io ieri, giunge al cospetto di quelle sculture metafisiche. Il nostro mondo di uomini, alla continua ricerca di un posto in una natura alla quale, per tracotanza o idiozia, sentiamo di non appartenere del tutto, e il mondo delle cose docili al loro destino, perfettamente aderenti al volere della natura sì da farsi opere d'arte del vento e delle acque. Due mondi e due tempi, incommensurabili e un'unica esistenza dalle forme effimere e cangianti. Mi risuonano alla mente le parole gigantesche di Prospero: «Sono finiti i nostri giochi. Questi attori, come ti avevo detto, erano solo fantasmi e si sono dissolti nell’aria, in aria sottile. E, come l’edificio senza basi di questa visione, anche gli alti torrioni incoronati di nuvole, e i sontuosi palazzi, ed i templi solenni, e questo stesso globo immenso, con le inerenti sostanze, dovranno dissolversi. E, come l’irreale spettacolo appena svanito, svaniranno senza lasciare traccia di sé. Noi siamo della materia di cui sono fatti i sogni e la nostra piccola vita è cinta di sonno»1. Al ritorno verso casa la luna, ignara, squarciando le nubi che veloci transitavano sul mare, mostrava il suo sguardo indifferente. Era come quello delle fragili lame di pietrisco rosso che sanno che l'unica libertà consiste nel consentire che il destino compia il suo ineffabile corso, nel lasciarsi modellare da esso e farsi così, nel tempo che ci è concesso, opere d'arte.1) W.Shakespeare. La Tempesta, atto IV°, sc. I
- Le lame rosse -
E' domenica pomeriggio. Dalla finestra della camera da letto di casa mia lo squarcio tra gli spigoli di due palazzi lascia correre lo sguardo sul ponte sopra la ferrovia, che da poco ha ripreso a funzionare, sebbene con parsimonia, e, ancora più lontano, sulle colline che sovrastano Ancona. E' un pomeriggio senza alti né bassi, dovrei dire di relax, dopo alcune settimane convulse. Ora sono in quiete. Comincio via via a liberarmi dei fantasmi e degli incubi dell'organizzazione e a concedemi spazi di pensiero, di teoresi (ossia di contemplazione). Mentre scrivo una brezza leggera penetra dalla finestra aperta e mi carezza delicatamente la pelle. Getto ancora lo sguardo di là, in quello squarcio anonimo su un frammento di città sonnolenta. Una cane abbaia insistentemente da qualche parte, il cielo plumbeo prelude forse ad uno scroscio che sarebbe comunque lungi dal calmierare l'afa estiva. Nulla pare che sia in vita. Solo suoni arrivano a dimostrarmi che, anche ora, qualcuno, inquieto, abita la città. Il pianto lontano di un bimbo, le parole indistinguibili di un uomo adulto, le auto che rare scorrono lungo le vie bruciate dal caldo, il suono ancora più sottile del vento torrido. Un universo rarefatto ed indifferente che pure racchiude in sé tante vite, forse tutte le vite possibili. Penso che ogni atomo, ogni singola particella, ogni incessante fluttuazione energetica che compone la trama intima di tutto ciò che esiste, me compreso, ci ha preceduti da sempre e proseguirà ad esserci per sempre incurante di noi. Niente scompare mai, tutto tramuta in ininterrotte e multiformi organizzazioni e nel vortice di vita che sconfina ognuna di esse è, forse, un segnale. Se getto ancora lo sguardo dalla finestra qualcosa, impercettibilmente si è modificato, là c'è un uomo che porta a passeggio il suo cane e che prima non c'era, su quel balcone il vento ha ribaltato uno scatolone e si diverte a scagliarlo ostinato contro un parapetto, ogni automobile che passa, ogni insetto, ogni leggero soffione trasportato dal vento porta con sé una storia breve o lunga. E' protagonista di incontri, di metamorfosi, del suo frammento di senso. Quale sarà il mio? Forse che ogni uomo è destinato a chiedersi per sempre quale sia il suo posto nel mondo, quale l'essenza di questo intreccio inestricabile di destini e di storie, di bellezza e di orrore che è la vita. Così, solo con me stesso, guardando dalla finestra un paesaggio senza splendore, ho la sensazione che qualcosa sia pur possibile capire, ma quando la mente si avvicina a sfiorare la verità essa si ritrae in un abisso ancora più vasto e terribile. Il vento, che prima mi percuoteva, si è calmato ora e sembra che un rapido raggio di sole si faccia strada tra le nubi incoerenti di questo pomeriggio in cui c'è solo il mio sguardo a cercare qualcosa tra pilastri di cemento e automobili. Nell'altra stanza sento la mia dolce compagna ripetere ad alta voce le parole di Freud, immersa nello studio matto e disperatissimo dei suoi ultimi esami. Ed io sono qui. Tutto mi appare realmente irreale. Mi sono messo a scrivere con niente da dire. Forse le parole non sono adatte a dire alcunché, forse tutto il senso sta nel silenzio, nell'inesprimibile che ci sforziamo ottusamente di far parlare.
Certo che l'Italia è uno strano Paese. Che non finisce mai di stupire. Tutto può succedere all'improvviso, con nonchalance, così; un giorno qualcuno si sveglia e decide di compiere atti inconsulti, senza preavviso, come se tutto fosse normale. Se non che, di solito, chi compie questi atti è un cretino e l'ostentata naturalezza con cui questi vengono compiuti è segno certo di infernali conseguenze. E' così che qualche pomeriggio fa tutti gli italiani hanno scoperto che la loro dichiarazione dei redditi (del 2005) era diventata liberamente consultabile e scaricabile sul sito internet dell'Agenzia delle Entrate, insieme con tutti i dati personali annessi e connessi e senza che fosse identificabile lo "scaricante". Tempo pochi istanti dalla diffusione della notizia e, ovviamente, il sito dell'Agenzia delle Entrate è esploso, bombardato dalle richieste di "tutti intenti a spiare le dichiarazioni dei redditi di tutti". Insomma un macello di proporzioni incredibili. Il responsabile di questa assurdità deficiente è quel simpatico buontempone di Vincenzo Visco, un personaggio dalla brillante intelligenza e soprattutto dalle spiccate virtù morali che ha condotto - dopo aver subito una condanna in via definitiva per abuso edilizio ed esser stato protagonista di varie vicende discutibili fra le quali l'imboscamento del figlio come dirigente presso "Sviluppo Italia", con relativa congrua retribuzione (ma si sa... i figli so' piezz'e core...), - la sua personalissima lotta contro gli evasori fiscali del belpaese, da lui individuati massimamente tra quei gaglioffi dei piccoli artigiani, stagnini e gelatai, vessati all'inverosimile da quella mostruosità logica che sono gli studi di settore (mentre c'è una dato interessante proprio di oggi, da fonte Adnkronos, cioè che Il 51,1% delle societa' di capitali dichiara un'imposta nulla o negativa), e utilizzati come bancomat per quei "tesoretti" che questo governo di imbecilli ha vantato di avere nelle casse per tutta la sua breve e triste parabola. Il sadico creatore dei più demenziali inghippi burocratico-polizieschi che mente umana abbia mai immaginato ha complicato la vita di ciascuno al punto tale da contribuire in maniera decisiva alla sconfitta elettorale del partito di cui fa parte (nonostante questo, comprensibilmente, non l'avesse neanche candidato). Ebbene, questo valente personaggio, il giorno prima di abbandonare (speriamo definitivamente) il posto da vice ministro che occupava con tanta solerzia, ha compiuto l'atto finale della sua carriera. L'atto che lo svela, finalmente, per chi "è" davvero. Ha lanciato, con belluina ferocia e vera eversiva malignità, la polpetta avvelenata, lasciando il popolo, che ha sempre in fondo considerato indegno di lui, a contendersela in una rissa bieca e vergognosa. Perché per quest'atto infame non si scorge alcun senso logico se non quello di contribuire allo sgretolamento di ogni senso di comunità. Durante l'ovvia bufera (prevedibile anche da un bambino) che si è generata durante le ore surreali che hanno seguito la pubblicazione di quei dati, il nostro non si è scomposto affatto e, dimostrando un certo (finto) stupore, ha detto che non vedeva dove fosse lo scandalo e che si trattava di un atto di trasparenza e di civiltà. Bene, bravo! Suggerirei di inserire scaricabile in internet il casellario giudiziario di tutto il popolo italiano, anche questo potrebbe essere un dato di trasparenza, o anche, che so, tutti i file delle anagrafi comunali, perché no? Qualcuno, come Gianni Barbacetto, ha affermato che in America questa cosa si fa da anni. Peccato che sia FALSO. Chiunque può constatare facendo un giretto in internet che non è possibile scaricare i dati personali dei contribuenti americani e che non passa per la testa di nessuno in America (né in nessun altro posto) di fare un'idiozia del genere. Neg Dimentichiamo quindi le scemenze populiste di qualche lacchè, il danno che è stato fatto è grave e permanente. Non è bastato infatti l'intervento del Garante della Privacy (ovviamente ignaro della bravata) che ha bloccato la diffusione dei dati dopo qualche ora dalla pubblicazione. Una sola ora, per i tempi della rete, basta e avanza per fare qualunque cosa. E infatti dopo poco ecco i dati ricomparire tranquillamente sulle reti P2P, dove nessuno al mondo potrà mai farli sparire. Tutto questo è accaduto e quanto di peggio si possa immaginare accadrà. Avere quei dati (nomi cognomi indirizzi codici fiscali, ecc..) vuol dire poter clonare identità, manipolare cifre (i dati sono pure stati immessi in formato .txt, ovvero modificabili pure da un bambino - una cosa che grida vendetta al cielo) e sputtanare, ricattare, compiere tutte le porcate pensabili. Questo non ha niente a che vedere con la trasparenza (quegli atti erano già consultabili e trasparenti), sulla quale, ovviamente, non ho niente, ma proprio niente da dire, a patto che venga almeno identificato chi acquisisce le informazioni. Tutto questo ha a che vedere soltanto con la sete di vendetta di un bulletto incapace nei confronti di quel popolo italiano che, inconsciamente, ha sempre pensato inferiore a sé e bisognoso di strigliate alla stregua di un mulo testardo. Un pover'uomo che ha dato l'ultima prova della sua esistenza in vita. L'ultimo rantolo di un inutile idiota.
P.S. Non tragga in inganno l'articolo. Lo scrivente non è un elettore di centrodestra.
|
|
Ci sono 5 persone collegate
|
<
|
febbraio 2012
|
>
|
L |
M |
M |
G |
V |
S |
D |
| | | 1 |
2 |
3 |
4 |
5 |
6 |
7 |
8 |
9 |
10 |
11 |
12 |
13 |
14 |
15 |
16 |
17 |
18 |
19 |
20 |
21 |
22 |
23 |
24 |
25 |
26 |
27 |
28 |
29 |
|
|
|
|
| |
|
|
|
|
|
|
04/02/2012 @ 23.22.00
script eseguito in 31 ms
|