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<title>Parole</title><link>http://www.andreaanconetani.it/dblog/</link>
<description>Parole</description><language>it</language>
<item>
	<title><![CDATA[Il peggio]]></title>
	<description><![CDATA[<p style="margin-top: 0pt; margin-bottom: 0pt; text-align: right; font-family: Arial;" id="internal-source-marker_0.9842484223105591"><font size="3"><span style="font-size: 11pt; color: rgb(0, 0, 0); background-color: transparent; font-weight: normal; font-style: normal; text-decoration: none; vertical-align: baseline;">«Quasi immediatamente, la realt&agrave; ha ceduto in pi&ugrave; punti. Quel ch’&egrave; certo, &egrave; che anelava di cedere» </span></font></p>
<p style="margin-top: 0pt; margin-bottom: 0pt; text-align: right; font-family: Arial;"><font size="3"><span style="font-size: 11pt; color: rgb(0, 0, 0); background-color: transparent; font-weight: normal; font-style: normal; text-decoration: none; vertical-align: baseline;">J.L. Borges</span></font></p>
<div style="text-align: right; font-family: Arial;"><font size="3"><span style="font-size: 11pt; color: rgb(0, 0, 0); background-color: transparent; font-weight: normal; font-style: normal; text-decoration: none; vertical-align: baseline;"></span><br /></font></div>
<p style="text-align: justify; margin-top: 0pt; margin-bottom: 0pt; font-family: Arial;"><font size="3"><span style="font-size: 11pt; color: rgb(0, 0, 0); background-color: transparent; font-weight: normal; font-style: normal; text-decoration: none; vertical-align: baseline;">E  siccome al peggio non v’&egrave; mai fine dobbiamo anche registrare  l’incremento di un infausto fenomeno, per verit&agrave; non inedito, bench&eacute;  tollerabile in passato in quanto raro e in qualche modo pi&ugrave; grazioso e  innocente, ma che ora sta evolvendo in forme nuove e vertiginose. Parlo  della disgraziata consuetudine di declinare in oscene ammucchiate  paesane i “format” televisivi - spesso i pi&ugrave; demenziali - realizzando  cos&igrave; un processo di involgarimento ulteriore di qualcosa che essendo gi&agrave;  di volgarissima fattura parrebbe impossibile peggiorare ancora. Si  tratta, in fondo, di una sostituzione del vecchio concetto di “sagra”  che nasceva da un antico simbolismo legato alla religione popolare (da  sacrum) che rivela per&ograve; come ormai si sia del tutto compiuta la  rescissione del filo culturale che legava ci&ograve; che siamo a ci&ograve; che siamo  stati. Non &egrave;, come pu&ograve; apparire, una questione di poco conto. Le  espressioni popolari non escono dal nulla n&eacute; possono essere sostituite  cos&igrave; rapidamente senza potenti spinte pressorie. Qualcosa di importante  deve essere accaduto. Il cedimento improvviso (quanto anelato) di un  pezzo di mondo antico segna quanto si sia ormai prossimi a portare a  definitiva compiutezza l’esperimento di virtualizzazione dell’esistente  nel quale tutti ci troviamo involontariamente e il pi&ugrave; delle volte  inconsapevolmente sprofondati. Un esperimento epocale e grandioso, forse  il pi&ugrave; ambizioso che mai sia stato tentato, che consiste nel pervenire,  da parte di un Potere sterminato, al massimo livello immaginabile di  coercizione e di concentrazione senza l’uso di alcuna violenza fisica  (ad eccezione di alcuni fenomeni quasi accidentali, comunque di  trascurabile entit&agrave;) ma semplicemente plasmando l’intera realt&agrave;,  compresa quella percettiva, “in vitro” ed eterodirigendola  efficacemente. </span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin-top: 0pt; margin-bottom: 0pt; font-family: Arial;"><font size="3"><span style="font-size: 11pt; color: rgb(0, 0, 0); background-color: transparent; font-weight: normal; font-style: normal; text-decoration: none; vertical-align: baseline;">La  “realt&agrave; virtuale” &egrave; ormai di fatto la “realt&agrave; reale” e non quella che  da questa viene fatta intendere, ovvero quella digitalizzata e cablata.  Anzi, per somma di paradossi, l’unica realt&agrave; effettivamente reale  rimasta sarebbe proprio quella che si nasconde, sfuggente, tra i meandri  delle connessioni elettroniche dove ancora scorrono informazioni  clandestine, sfuggite al controllo e che ufficialmente, cio&egrave; nella  realt&agrave; virtualizzata, non esistono in quanto preventivamente espulse. </span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin-top: 0pt; margin-bottom: 0pt; font-family: Arial;"><font size="3"><span style="font-size: 11pt; color: rgb(0, 0, 0); background-color: transparent; font-weight: normal; font-style: normal; text-decoration: none; vertical-align: baseline;">Come  si &egrave; arrivati a questo? Il processo non &egrave; molto complesso. Stante  l’esistenza di una realt&agrave; contenente delle informazioni e la possibilit&agrave;  di descriverla mediante altre informazioni &egrave; stato facile concepire la  possibilit&agrave; di crearne una ex novo attraverso mere informazioni  descrittive e sostituirla alla realt&agrave; vera. Un procedimento del tutto  simile a quello che esegue un romanziere o un narratore che scrive  finzioni descrittive verosimili.</span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin-top: 0pt; margin-bottom: 0pt; font-family: Arial;"><font size="3"><span style="font-size: 11pt; color: rgb(0, 0, 0); background-color: transparent; font-weight: normal; font-style: normal; text-decoration: none; vertical-align: baseline;">Come  nel passaggio all’”Orbis Tertius” di Borges l’esperimento di riscrivere  la realt&agrave; da capo a fondo &egrave; dunque iniziato e, forte di mezzi tecnici  di straordinaria capacit&agrave; pervasiva, ha cominciato a funzionare da un  pezzo.</span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin-top: 0pt; margin-bottom: 0pt; font-family: Arial;"><font size="3"><span style="font-size: 11pt; color: rgb(0, 0, 0); background-color: transparent; font-weight: normal; font-style: normal; text-decoration: none; vertical-align: baseline;">Il  mondo virtuale (quello fatto di informazioni) non descrive pi&ugrave; quello  reale (che dovrebbe contenere le informazioni “vere” da diffondere) ma  al contrario fabbrica informazioni “ad hoc” e le inietta in una nuova  realt&agrave; rettificata che diventa pi&ugrave; vera di quella vera. E’ come se  vivessimo in un romanzo o in una sceneggiatura nella quale alcuni autori  (a loro volta eterodiretti) procedono a disegnare gli eventi nelle loro  linee generali lasciando poi all’improvvisazione degli attori la  scrittura di battute a caso. Nell’universo delle percezioni  virtualizzate i limiti sono di altra natura rispetto al principio di  realt&agrave; di freudiana memoria e vengono inoculati sotto forma di strutture  normative implicite (mentre le norme esplicite possono essere  tranquillamente superate) di casta o di gruppo sfruttando il cavallo di  troia delle parole ambiguate. Gi&agrave; da un pezzo (pressoch&eacute; dai tempi di  Protagora) ci si era accorti che le parole potevano significare delle  cose o il loro contrario a seconda della convenienza. Ma oggi la  spregiudicatezza nell’uso dell’ambiguit&agrave; verbale &egrave; divenuta il vero  strumento del Potere. Il grimaldello per aprire qualunque soglia e  creare “ex nihilo” e direttamente nelle menti degli individui le  percezioni, le sensazoni, le minacce, le soddisfazioni. Per la prima  volta nella storia il Potere non ha pi&ugrave; bisogno di avere un nemico reale  contro il quale mobilitare le masse (cosa da sempre massimamente  necessaria e vitale per l’esistenza di qualunque potere coercitivo)  poich&eacute; “il nemico” lo si pu&ograve; facilmente creare dal nulla, incorporeo  come un fantasma ma pi&ugrave; presente e pericoloso nella percezione di quanto  non lo sarebbe un nemico vero. Non sto parlando della propaganda.  Quella c’&egrave; sempre stata. No. Sto parlando di qualcosa di enormemente pi&ugrave;  efficace e potente. Qualcosa che, agendo concretamente all’interno  delle cortecce cerebrali, conduce a stati allucinatori e porta a mutare  perfino la realt&agrave; fisica. Corporea. Qualcosa di pi&ugrave; di una semplice  cultura (o sottocultura) dominante. Si tratta della consacrazione quel  Potere preconizzato da Pasolini gi&agrave; quaranta anni fa e che lui, non  sapendo come nomare, chiamava  “nuovo fascismo”, concetto assai diverso e  addirittura per certi versi ribaltato, rispetto al vecchio ed esausto  fascismo (quello per intenderci delle camice nere e del manganello).  Oggi quel Potere, di cui Pasolini vedeva l’incedere, &egrave; operante e capace  di modificare antropologicamente le persone e le cose attraverso la  delegittimazione del reale e la glorificazione del virtuale. </span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin-top: 0pt; margin-bottom: 0pt; font-family: Arial;"><font size="3"><span style="font-size: 11pt; color: rgb(0, 0, 0); background-color: transparent; font-weight: normal; font-style: normal; text-decoration: none; vertical-align: baseline;">La  si pu&ograve; vedere ovunque questa realt&agrave; virtualizzata. Nelle facce delle  persone che circolano nei supermercati, nei volti botulinizzati, nei  corpi ri-costruiti secondo modelli innaturali e orrendi (ma “belli”  nella percezione snaturata di chi si fa maschera inconsapevole di questo  Potere sovrastante).  Nelle mode, che d’improvviso si impongono e che  sembrano sfidare ogni concetto estetico concepibile. Nei desideri,  infine, nelle proiezioni pi&ugrave; intime degli individui, dilaniati tra il  loro essere massa informe e la possibilit&agrave;, concessa dal Potere,  dell’elezione nell’Olimpo dei semidei cui tutti possono legittimamente  (anche se transitoriamente) aspirare.</span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin-top: 0pt; margin-bottom: 0pt; font-family: Arial;"><font size="3"><span style="font-size: 11pt; color: rgb(0, 0, 0); background-color: transparent; font-weight: normal; font-style: normal; text-decoration: none; vertical-align: baseline;">Come  e pi&ugrave; che in “Sal&ograve;” - il film probabilmente pi&ugrave; disturbante della  storia del cinema - una casta ristrettissima di Onnipotenti decide ormai  qualunque aspetto dell’esistenza di ogni persona vivente nel mondo  (evoluto). Da chi sar&agrave; l’idolo (momentaneo) delle masse, a come dovr&agrave;  essere il volto di una donna o il corpo di un uomo perch&eacute; risultino  sessualmente  attrattivi, alla griffe sul costosissimo calzino che dovr&agrave;  ineluttabilmente essere indossato, alle malattie di cui soffrire, al  modo e al tempo in cui vivere o morire. Cos&igrave; immenso &egrave; il Potere di  costoro che possono permettersi (a differenza di “Sal&ograve;”, che non era  giunto a tanto) anche l’esistenza di voci dissenzienti, ed anzi, a  volte, qualcuna  di esse viene addirittura generata appositamente,  poich&eacute; anche il dissenso &egrave; oltremodo funzionale alla perpetuazione del  Potere in quanto dimostrazione agente della sua ribadita democraticit&agrave; e  tolleranza (parole ormai devastate e dal senso originario pressoch&eacute;  inaccessibile). Ovviamente la contromisura a tutto questo esiste ed &egrave;  struggentemente semplice. Si tratterebbe nient’altro che di procedere a  vagliare le cose (ogni cosa) con critica razionalit&agrave;. Ragionare insomma  su ci&ograve; che si vede, sull’informazione con cui si entra in contatto,  rapportando tutto alla propria cultura. Sembrerebbe questione di  assoluta banalit&agrave;. Ma qui sta la chiave vera del Potere. La realt&agrave;  reale, non virtualizzata, non pu&ograve; essere affrontatata razionalmente  senza averne la forza. E non parlo del “sapere”, mai come oggi la  cultura (almeno mediamente) &egrave; diffusa. Parlo della capacit&agrave; di  sopportare il dolore. La vita &egrave; un’esperienza straordinaria ma che  necessita, per essere vissuta, della capacit&agrave; di non farsi sopraffare  dal dolore. Questa capacit&agrave; &egrave; necessaria anche per raggiungere  un’indipendenza culturale non effimera. Guardare il mondo cos&igrave; com’&egrave; &egrave;  spaventoso, angosciante quanto meraviglioso. Un pensiero immaturo non &egrave;  in grado di reggere a questa verit&agrave;. E non si &egrave; adulti finch&eacute; non si  riesce a sopportare la gravit&agrave; del mondo e magari a volgerla in  leggerezza con un salto. Ma la realt&agrave; virtualizzata abolisce il dolore  per slogan. E’ infinitamente consolante e nutriente. Ti ricopre di  riguardi, pensa a te e, se sei buono, non ti fa mancare la pappa; come  fanno alcuni uccelli che nutrono i propri piccoli rigurgitando nelle  loro gole incapaci il cibo gi&agrave; digerito. Un atto d’amore quello,  (successivamente al quale lo stesso uccello caccia il piccolo dal nido  gettandolo, solo, nel mondo) che si trasforma, nel nostro caso, in un  mostruoso metodo per determinare una dipendenza infinita in soggetti  resi indeterminatamente immaturi. In fondo, come diceva Kant, parlando  dell’Illuminismo, si tratta per l’uomo di uscire: «da uno stato di  minorit&agrave; intellettuale il quale &egrave; imputabile a se stesso». Una sfida che  non sembriamo in grado di vincere. Per terminare vorrei ricollegarmi  alla figura del salto che ho usato prima e che ho ripreso da un passo  delle “Lezioni Americane” di Calvino. Si tratta del commento ad un passo  del “Decameron” dove appare il poeta Guido Cavalcanti mentre si  allontana con un salto improvviso da un gruppo di coetanei che lo  invitano a lasciar perdere le sue meditazioni per unirsi a loro nella  baldoria. Essendo, le lezioni di Calvino, proposte per il prossimo  millennio, ovvero per il tempo disgraziato che ora stiamo vivendo, credo  che sia quantomeno opportuna una riflessione: «se volessi scegliere un  simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei  questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla  pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravit&agrave; contiene il  segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la  vitalit&agrave; dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante,  appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili  arrugginite».</span></font></p>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=37]]></link>
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	<dc:date>2011-04-17T21:07:15+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Andrea</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Primo Maggio]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Seduto sulla sedia fisso il monitor che mi appare pi&ugrave; bianco e livido  del solito. Dietro di me la televisione, autisticamente, trasmette al  vuoto della mia stanza da letto la musica del concerto del primo maggio;  laica liturgia di ogni anno. Al ritorno dall'uscita d'ordinanza per le  cittadine vuote e calcinate dell'entroterra marchigiano, in una giornata  finalmente di primavera, la mia mente &egrave; abbastanza neutralizzata.  Riprendo, piano, a scrivere. Riprendo, finalmente, uno spazio che &egrave; solo  mio. Il roccheggiante accompagnamento che mi martella da dietro si  interrompe e d&agrave; spazio alle parole, che non ascolto, di una impacciata  Impacciatore e di un &quot;qualcuno&quot; che dalla voce non riconosco. Le parole,  che continuo a non ascoltare, fluiscono con la consueta melmosit&agrave;,  parole automatiche, intonazioni automatiche, televisive. Dinamica  normalizzata, come si deve, intelligenza normalizzata, come &egrave; d'uopo.  Frequenze medie, per un grande pubblico anch'esso medio, livellato, come  il suono che fuoriesce dalle colossali casse acustiche. Volume  altissimo. Nessun picco. Salto indietro di qualche ora: nella piazza  vuota di San Severino, seduto su di una panchina, il suono insistente  dell'acqua di una fontana, anch'essa dietro di me, riempie di un  sottofondo gentile l'aria quasi irreale. Sto, un istante, a occhi  chiusi. All'improvviso il rumore di motori che si avvicinano mi  costringe a tornare vigile. In una lunga fila le Fiat 500 fanno un  trionfante ingresso in piazza e si allineano docili. Il rombo di motori  sapientemente modificati, i colori vivaci, le brillanti cromature, il  vociare acceso degli automobilisti, cambiano definitivamente lo scenario  sonoro.&nbsp; Mi piace. Ma alzo i tacchi e me ne vado. Torno angustiato alla  mia camera da letto, alle parole che la tv&nbsp; vomita dietro di me. Ora  parla il Presidente della Repubblica. Non ascolto. Da che cosa fuggo in  questo primo maggio assolato e limpido? Forse dall'immersione onnivora  di ogni giorno nell'insensatezza. Dalla forzata prossimit&agrave; dei molti che  prossimi non sento e che, forse, non potranno esserlo mai.&nbsp; Dalla  dannazione umana, troppo umana, di una societ&agrave; che ciecamente,  turpemente, riproduce se stessa e ci impastoia in vincoli di ogni sorta.  Fuggo dagli occhi beffardi dei funzionari, orribili riproduzioni  inconsapevoli di mille obbedienti Eichmann. Dalla banalit&agrave; delle loro  scartoffie cieche, fuggo, soprattutto, dalle chiacchiere vuote che  infestano con la loro stupida inutilit&agrave; le nostre ore, i nostri giorni.  Preziosi. Forse &egrave; proprio per questo che per lungo tempo mi sono  appartato nel mio teatro, nell'unico posto dove, insieme ad uno sparuto  cenacolo di persone, posso concedermi la nobilt&agrave; del parlare e  dell'ascoltare abolendo quasi del tutto l'immensa cacofon&igrave;a che come un  delirio insensato aggiunge rumore al rumore, la bufera infernale di  opinioni, chiacchiere, urla, che nella loro caoticit&agrave; esauriscono ogni  fatto disintegrandolo senza neppure sforzarsi di comprenderlo in alcuno  schema di pensiero coerente. &nbsp; </span></font><br style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Seduto sulla sedia, continuo a  fissare il monitor, che mi appare pi&ugrave; livido e bianco del solito. Dietro  di me la televisione continua nel suo ripugnante, incessante rigurgito.  Penso alle parole conclusive de &quot;Le Citt&agrave; Invisibili&quot; di Calvino:  &laquo;L'inferno dei viventi non &egrave; qualcosa che sar&agrave;; se ce n'&egrave; uno, &egrave; quello  che &egrave; gi&agrave; qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo  stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce  facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di  non vederlo pi&ugrave;. Il secondo &egrave; rischioso ed esige attenzione e  apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo  all'inferno, non &egrave; inferno, e farlo durare, e dargli spazio&raquo;.</span></font></div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=36]]></link>
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	<dc:date>2010-05-01T22:06:27+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Andrea</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Tempus fugit]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="text-align: right; font-family: Arial;"><font size="3"><span style="font-style: italic;">&laquo;La natura &egrave; sincera</span><br style="font-style: italic;" /><span style="font-style: italic;">noi no. Noi imbalsamiamo i morti&raquo;</span><br />U. Betti<br /></font></div>
<div style="text-align: justify; font-family: Arial;"><font size="3"><br /><br />Quante volte mi sono chiesto <u>dove </u>fosse il passato. Perch&eacute; tutta la nostra esistenza appare determinata da qualcosa che non esiste pi&ugrave; se non nelle grigie circonvoluzioni della nostra mente. O addirittura in tracce&nbsp; ancor pi&ugrave; labili, documenti scritti o reperti sepolti. Quante volte guardando una fotografia, ho stentato a credere di essere proprio io l'individuo ritratto. Quante volte il racconto di un medesimo evento ha cambiato forma se narrato da bocche differenti ancorch&eacute;&nbsp; esse abbiano vissuto la stessa esperienza nello stesso luogo e nello stesso istante.&nbsp; Che cosa pu&ograve;&nbsp; mai importarci di qualcosa che non esiste pi&ugrave; in nessun luogo, qualcosa a cui non possiamo pi&ugrave; accedere; il cui oblio &egrave; il pi&ugrave; definitivo che possa darsi? Perch&eacute; siamo cos&igrave; affezionati al passato? Ma, a ben vedere, noi viviamo di reminiscenze. E non paghi della nostra memoria fisica, che giudichiamo fallace, inesaustiva, facciamo ricorso continuamente a protesi di ogni tipo. Dai documenti, di cui riempiamo inutilmente scaffali per preservare traccia di ogni minimo avvenimento - nascite, morti, diplomi, giudizi, sentenze - ai ritratti, alle fotografie, alle configurazioni elettriche o magnetiche di dischi rigidi e memorie informatiche. Come se potessimo essere in grado davvero di ricostruire da quei poveri brandelli scompaginati una realt&agrave; inesistente. E cos&igrave;, forzata da questa potente idolatr&igrave;a, la nostra vita si sviluppa entro i confini di gigantesche necropoli (i nostri uffici, le nostre case, i nostri musei, le nostre biblioteche) nelle quali celebriamo costantemente il culto di ci&ograve; che non c'&egrave; pi&ugrave;.&nbsp; Tutto ci&ograve; nella pi&ugrave; profonda convinzione che gli eventi del passato abbiano determinato ci&ograve; che ora siamo (Ora?). Siamo cos&igrave; convinti che il passato esista o sia esistito e per di pi&ugrave; significhi qualcosa? Siamo cos&igrave; convinti cha ad una causa corrisponda sempre un effetto? Che esista la colpa piuttosto che l'innocenza? Capisco che queste affermazioni potrebbero suonare paradossali, addirittura folli (gi&agrave; pi&ugrave; di un filosofo fu accusato di follia per aver affermato cose simili... a partire da Parmenide).&nbsp; Ma io non sono impazzito n&eacute; ho perso contatto con la &quot;realt&agrave;&quot;. E che tutto ci&ograve; che appare a un primo sguardo evidente e privo di problematicit&agrave; - lapalissiano - in genere si rivela un abisso di oscurit&agrave; non appena lo si investe di pensiero. E scopriamo cos&igrave; di aver sempre a che fare con delle fedi piuttosto che con un reale sapere. E che le nostre fedi abbracciano tutto quanto, tanto pi&ugrave; ci&ograve; che consideriamo immediatamente evidente. E allo stesso modo scopriamo che, da sempre, ogni tentativo umano di avvicinarsi alla verit&agrave; &egrave; consistito nel negare proprio ci&ograve; che &egrave; evidente e lapalissiano. Come se il mondo si divertisse a nascondercela la verit&agrave;, ma non sotto un velo che ne rende appannate le forme; no! Piuttosto facendocela sembrere diversa, ma con lo stesso grado di definizione.&nbsp; Mettendoci sotto gli occhi, a portata dei nostri sensi, qualcosa che appare pi&ugrave; che reale, incontestabile e al di sopra di ogni sospetto ma che per&ograve; ha il trucco. <br />Forse non potremo mai dire qualcosa di definitivo sul mondo che ci ospita e di cui facciamo parte. Di certo per&ograve; quel che ci appare &quot;reale&quot; dovrebbe farci subito sospettare. E dovremmo fare esercizio di ribaltamento concettuale. Come fece Aristarco che per primo congettur&ograve; la possibilit&agrave; (folle) che il sole stesse fermo in cielo e fosse piuttosto la terra a muoversi intorno a lui. <br />E dunque se quel che appare &quot;realissimo&quot; &egrave; che ogni cosa origina da un'altra che l'ha causata, che questa inesauribile catena di cause ed effetti si sgrana nel tempo che scorre trasformando ci&ograve; che <u>ORA &egrave;</u> in gi&agrave; stato sulla base di leggi ferree e meccanicistiche. Se questo &egrave; quel che appare, perch&eacute; non pensare, ribaltando l'apparenza, che nessun tempo scorra realmente. Che nulla, parimenti, sia determinato davvero se non quello che crediamo lo sia. Che il caso innocentemente giochi, nella nostra vita, un ruolo pi&ugrave; grande di ogni determinismo, di ogni meccanicismo. E se davvero fosse la nostra coscienza a informare il mondo per com'&egrave;? E se davvero la nostra sostanza fosse come quella dei sogni?&nbsp; <br /><br /><br />P.S.<br />Se qualche volenteroso volesse saperne un po' di pi&ugrave; sull'argomento, pu&ograve; leggere un mio breve scritto in stile un po' pi&ugrave; saggistico che costituisce la primissima bozza di una ricerca tutt'ora in atto cliccando su questo <a href="http://www.andreaanconetani.it/public/Visioni dell'atemporalita.pdf">link</a>.</font></div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=35]]></link>
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	<dc:date>2009-07-17T10:13:39+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Andrea</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[In silenzio]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="font-family: Arial; text-align: justify;">
<div style="text-align: right;"><font size="3">«La via &egrave; la Pietra. Il punto di partenza &egrave; la Pietra»</font><br /><font size="3">J.L. Borges</font><br /></div>
<br /><font size="3"><br />All'improvviso ecco che il vociare misto di turisti e di bambini che penetra insidiosamente dalla scala ripida che conduce alla cripta si tace e sono avvolto dal silenzio. Seduto quasi al buio nella sala angusta e pietrosa eretta intorno al 1200 da San Silvestro in cima alla montagna che sovrasta Fabriano sto, a sperimentare un raro momento di Assoluto. Raro. E prezioso. Una luce composta penetra dalle feritoie che, orientate verso il tramontare del sole, furono, un tempo, le ambrate illuminazioni di un antico scriptorium. C'&egrave; un silenzio che &egrave; isolarsi dalle cose, che consiste nel rifiutare, nell'erigere uno scudo verso gli elementi, quasi a estraniarsi da un mondo che appare una collezione di orrori, un guazzabuglio fastidiante e per certi versi spaventoso. E' il silenzio dei tappi alle orecchie, delle camere insonorizzate e asciutte dove l'assenza di riflessione sonora crea l'effimera, opprimente, suggestione che la voce scompaia come risucchiata dalle pareti.<br /></font></div>
<div style="text-align: justify;"><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Non &egrave; quel silenzio vuoto a regnare nell'antica, austera costruzione in cui mi trovo. Al contrario. E' una quiete piena, densa; satura di elementi sottili, trame leggere e sommesse che disegnano il mondo e che, inaccessibili nel frastuono al quale siamo perpetuamente dannati, riemergono l&igrave; a mostrare che l'essenza delle cose, la ineffabile e pulviscolare materia che tutto pervade, e che non si pu&ograve; comprendere appieno, pu&ograve; per&ograve; essere scrutata, colta, a condizione che ci si metta in ascolto. Ecco. E' un silenzio, quello, da ascoltare. Forse, in silenzio -e solo in </span><i style="font-family: Arial;">quel </i><span style="font-family: Arial;">silenzio - &egrave; possibile intendere la voce sommessa delle cose. Forse proprio da quelle pietre solitarie, che da pi&ugrave; di ottocento dei nostri anni continuano, inascoltate, a ripetere la loro litan&igrave;a potremmo apprendere tutto «il perch&eacute; delle cose,[..] il frutto del mattin, della sera, del tacito, infinito andar del tempo». Forse...</span></font><br style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Il voc&igrave;o che prima era scomparso riappare inatteso in lontananza e si introduce molesto. Basta a infrangere, subitaneamente, il fragilissimo, impalpabile filo tessuto in quegli istanti privilegiati e a ripiombarmi, inesorabile, nell'ordinaria angoscia dell'essere scisso dal mondo. </span></font><br style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Riprendo dunque la mia strada. Salendo le scale, verso la luce del giorno,  mi volto a riguardare, per un istante, le pietre della cripta. Forse basterebbe stare davvero in silenzio di fronte a loro per poter ascoltare, finalmente, quella verit&agrave; che noi, esseri superbi e sciocchi, crediamo di non poter intendere e non intendiamo.</span></font></div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=33]]></link>
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	<dc:date>2009-03-25T08:53:50+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Andrea</dc:creator>
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<item>
	<title><![CDATA[Un pomeriggio di gennaio]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="text-align: justify; font-family: Arial;"><font size="3">Era un pomeriggio di&nbsp; gennaio. Due giovani dal volto rassicurante bussarono ad una porta. Apr&igrave; loro una donna, anziana, nel volto infossato i segni delle insidie di una lunga e triste malattia. Si presentarono. Dissero di essere&nbsp;l&igrave; su indicazione, anche se non su esplicito mandato, di un caro parroco. Egli approvava il loro andare e garantiva della loro buona fede, ne aveva parlato anche dal pulpito della sua chiesa.&nbsp; <br />Osservarono bene quella donna, ponderarono l'incertezza dei suoi occhi, la spossatezza dei suoi gesti,&nbsp;la fragilit&agrave; originata dalla lotta leonina&nbsp;con il male. Videro quel che restava della forza di un tempo. Videro e parlarono. Dissero parole accorte e sapienti, abili, ineffabili.<br />Breve fu la loro visita, presto&nbsp;ripresero il cammino. Lasciarono a quella donna un oggetto ritraente il Cristo e un debito di millecinquecento euro da regolare in cinque anni. <br />La sera quegli uomini si coricarono nei loro letti e dormirono con profondit&agrave;. Niente scosse la loro anima, nessuna piet&agrave; umana, nessun riguardo neppure verso quel Cristo di cui si professavano seguaci e la cui immagine avevano venduto a caro prezzo e del quale non avevano timore.</font></div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=32]]></link>
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	<dc:date>2009-01-22T15:05:35+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Andrea</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Metafisica delle cose]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Al risveglio una breve fitta alla schiena non aveva lasciato presagire nulla di buono. Tuttavia le cose sembravano andare per il verso giusto. Soltanto qualche minuto pi&ugrave; tardi, durante colazione, i muscoli della zona lombare subivano una contrazione d'improvviso, cui seguiva un dolore intenso, attanagliante. </span></font></div>
<div> </div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><font size="3"> E cos&igrave; mi ritrovavo fermo sulla sedia, in pigiama. E tutto diventava difficile. Persino acrobatica l'avventura dell'infilarsi i pantaloni e, soprattutto, le scarpe. Qualunque azione mi molestava intimamente, richiedeva un sacrificio anomalo, fastidiante.  </font></div>
<div style="text-align: justify;"> </div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><font size="3">   Fosse stato un altro giorno, pensavo, non mi sarei certo mosso da casa. Ma quel giorno no. Non potevo starmene buono. <i>Dovevo </i>uscire. Se non l'avessi fatto, forse, avrei perduto qualcosa, e insieme con me, forse, qualcun altro l'avrebbe perduta. Per sempre.  </font></div>
<div style="text-align: justify;"> </div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><font size="3"> Era in quel giorno che sgomberavano il vecchio manicomio della mia citt&agrave;. Le stanze buie, serrate da decenni, si aprivano al mondo, ma fugacemente. Quell'apertura significava la fine. Tutto sarebbe stato spazzato via, via. Via le mura, via le suppellettili, via le cose, che erano appartenute a quel luogo, che erano state testimoni di tanta vita e di tanto dolore. </font></div>
<div style="text-align: justify;"> </div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><font size="3"> Un piccolo esercito di operai ignari era l&igrave;, pronto per rendere di nuovo alla funzione civile uno spazio che per troppo tempo aveva conosciuto soltanto buio, oblio. Quasi fosse necessaria una lunga stagione di purgazione, perch&eacute; potesse essere dimenticato l'orrore, perch&eacute; svaporasse il pensiero delle vite miserevoli che l&igrave; erano vissute. </font></div>
<div style="text-align: justify;"> </div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><font size="3"> Tempi andati. Ora, scrostati i segni del passato e i fantasmi che essi evocavano, tutto questo avrebbe fatto posto alla Novit&agrave;. </font></div>
<div style="text-align: justify;"> </div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><font size="3"> Avevo dunque poco tempo, soltanto quella mattina, per avventurarmi, con la mia macchina fotografica, dentro quel luogo. E nessun dannato colpo della strega mi avrebbe fermato. </font></div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><font size="3">Zoppicando come un vecchio e con il dolore che mi accompagnava ad ogni passo, mi sono trascinato davanti alla porta, finalmente aperta, che immetteva nel corridoio del manicomio. Non c'era ancora nessuno. Gli operai avevano cominciato dall'altro lato, avevo la mattinata a disposizione. Sono entrato. </font></div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><font size="3">Perch&eacute; ero l&igrave;? Percorrevo quel corridoio alla ricerca di qualcosa che testimoniasse della vita? Della eco della vita? Quella eco che senza dubbio risuona nelle cose che hanno avuto particolare prossimit&agrave; con l'umanit&agrave; e specialmente con il dolore? Ricercavo fantasmi? </font></div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><font size="3">Dopo i primi scatti mi sono accorto che quel luogo parlava, s&igrave;, ma non di quello che avrei voluto sentire o creduto di dover sentire. </font></div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><font size="3">Quelle mura, che io confidavo potessero fare specchio alla vita riportandomene un'immagine per quanto ectoplasmatica, in realt&agrave; erano esse stesse vive. Gli uomini, che per lungo tempo le avevano abbandonate avevano reso le cose alla loro solitudine. Il tempo aveva dunque agito. Aveva modellato la materia s&igrave; che le tracce umane ora erano confuse e indistinguibili o meglio era come se fossero conglobate in un tutto. Si erano riconciliate con le cose.</font></div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><font size="3">Non avevo trovato quello che cercavo. Ma dell'altro avevo trovato. Cercavo i segni della vita umana e avevo trovato la metafisica delle cose, un'altra dimensione in cui tutto si ricomprende, la lenta, paziente fatica del tempo che mescola e confonde. Che di un graffio inferto sul muro da una mano d'uomo fa un unico disegno con i licheni che dal di dentro sgretolano l'intonaco in cui quel graffio &egrave; inciso.</font></div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><font size="3">Questo ora mi sembrava dovesse essere colto. Non pi&ugrave; il dolore, ma la pace, non la morte, ma la tenera, lieve  carezza del tempo sulle cose.</font></div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><font size="3">La coltre di polvere in cui tutto era immerso era calata, con leggerezza gentile, anche su una foglia penetrata chiss&agrave; quando dai vetri squarciati delle finestre e che ora era l&igrave;, davanti ai miei occhi, quasi reclamasse di essere fissata in quell'istante per l'eternit&agrave;. Il tempo delle cose &egrave; cos&igrave; diverso da quello degli uomini, pensavo mentre scattavo la foto. Riuscissi a fissare davvero quella forma e cogliere quella meravigliosa ed effimera unit&agrave;. </font></div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><font size="3">Il tempo degli uomini stava per tornare. Essi, che per distrazione o incuria, avevano lasciato per lunghi anni quel luogo come un'isola dimenticata, ora stavano per riprenderselo, lo riportavano alla "loro" vita. Altre storie quelle pareti avrebbero visto e altre grida, altri pianti e altre feste finch&eacute; il tempo delle cose, nella sua infinita pazienza, non sarebbe tornato a coprirle di nuova polvere.</font></div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><font size="3">Ma non proprio tutto sarebbe scomparso mi dicevo, mentre - la schiena sempre pi&ugrave; dolorante - mi trascinavo con fatica fuori, nella luce. A me &egrave; giunto il messaggio della foglia e forse qualcun altro l'apprender&agrave; dall'immagine di lei che, gelosamente, custodisce la fredda memoria di silicio della macchina fotografica e, forse, anche da quella pi&ugrave; calda, misteriosa e romanzesca fissata nella materia grigia del mio cervello.</font></div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><font size="3">Le fitte alla schiena erano ormai pressoch&eacute; insopportabili. Non c'&egrave; cosa che si comprenda che non richieda dolore, pensavo.<br /><br /><br /></font>
<div style="text-align: center;"><font size="3"><img src="/public/metafisica.jpg" alt="" /></font><br /></div>
<font size="3"><br /></font>
<div style="text-align: center;"><font size="3"><font size="1">La foglia in terra</font></font></div>
</div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=31]]></link>
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	<dc:date>2008-11-08T18:37:48+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Andrea</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Infedeli]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="text-align: justify;"> <font size="3"><span style="font-family: Arial;">Ieri all'&quot;Infedele&quot; di Gad Lerner ho potuto ascoltare un'acrobatica interpretazione della parabola evangelica dei talenti, avanzata con particolare nonchalance dal&nbsp;portavoce dell'Opus Dei Giuseppe Corigliano. Secondo questa nuova e sorprendente lettura (di sospette simpatie calviniste) pare che Ges&ugrave; consigliasse di affidare </span><i style="font-family: Arial;">ai banchieri</i><span style="font-family: Arial;"> i propri averi per farli meglio fruttare ed entrare in grazia di Dio. (Sar&agrave; forse che, ai suoi tempi, non giravano ancora personaggi alla <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Sindona">Sindona</a>, che, pi&ugrave; di recente,&nbsp;sono stati effettivamente ben conosciuti da alcuni dei suoi rappresentanti in terra, uno per tutti il Cardinale <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Marcinkus">Marcinkus</a>...).&nbsp;La faccenda mi ha un po' stupito, ma non pi&ugrave; di tanto. Non &egrave; cosa nuova tirare Ges&ugrave; Cristo per la tunica e mettergli in bocca cose che si fa fatica a digerire. Ricordiamo la celebre frase: &quot;dai a Cesare quel che &egrave; di Cesare e a Dio quel che &egrave; di Dio&quot;, che pi&ugrave; d'uno ha interpretato alla stregua di: &quot;dai un colpo al cerchio e un altro alla botte&quot;,&nbsp;prefigurando un comodo Messia moderato e &quot;centrista&quot;&nbsp;(mentre a occhio e croce potrebbe significare l'esatto contrario e cio&egrave;: &quot;distingui con accuratezza gli ambiti mondano e divino&quot;). La cosa curiosa per&ograve; era il contesto.&nbsp;Mentre infatti il succitato portavoce dell'Opus Dei ci erudiva con questo bel florilegio di interpretazione teologica, l'ex ministro comunista Ferrero, sempre evangelicamente, approdava alla citazione (un po' scontata a dir vero) della parabola del giovane ricco, dopodich&eacute;&nbsp;gli astanti si scontravano con&nbsp;fierezza&nbsp;tra&nbsp;rimandi all'interpretazione weberiana del capitalismo in chiave protestante e&nbsp;sacri testi. E cos&igrave;, mentre le borse schizzavano sull'ottovolante e schiere di banchieri, ballando a tempo di fox trot, si avviavano non senza un rassicurante sorriso, verso il baratro</span><font size="1"><span style="vertical-align: super; font-family: Arial;">1</span></font><span style="font-family: Arial;">, ieri in tv un bel consesso di teologi se la (s)ragionava al capezzale del capitalismo morente.</span></font></div>
<div style="text-align: justify; font-family: Arial;"><font size="3"><br /></font></div>
<div style="text-align: justify; font-family: Arial;"><font size="3">1) Il riferimento riguarda una recente pubblicit&agrave; televisiva di una banca... poco austera.</font></div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=30]]></link>
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	<dc:date>2008-10-14T22:44:22+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Andrea</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Lame rosse]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="font-family: Arial; text-align: right;" id="d2xo"><font size="3">"<i id="ckhk">Ducunt volentem fata, nolentem trahunt</i>"<br id="wr_0" />Seneca, Epist, 107, 10.<br id="xpqd" /></font></div>
<div style="text-align: justify;"><br id="xpqd0" style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Ed eccole, finalmente, sulla sommit&agrave; del canalone di ghiaia bianca, stagliarsi improvvise le guglie improbabili delle lame rosse. Cesellate in migliaia di anni di erosione e di lavor&igrave;o delle acque e del vento. Sembrano piantate l&igrave; da un mago burlone che ha voluto incistare nello spazio boschivo consueto e familiare delle nostre montagne un frammento di terra spostato da luoghi lontani ed esotici, monoliti anatolici o dune sahariane.</span></font><br id="n.mu" style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Opportunamente nascoste allo schiamazzo ferragostano che aggroviglia masse umane qualche centinaio di metri pi&ugrave; a valle, e che da lass&ugrave; pi&ugrave; non si ode, non sono certo inaccessibili, ma neppure alla portata di chi non voglia render loro un giusto tributo in fatica e sudore.</span></font><br id="b140" style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Me ne sono accorto alla prima rampa del sentiero che dalla diga del lago di Fiastra si inerpica verso l'alto. Una salita che da ragazzino avrei affrontato spavaldamente, quasi di corsa, e che ora invece mi ha presentato il conto spezzandomi il fiato e mostrando impietosamente il mio "fuori allenamento".</span></font><br id="rvzg" style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Comunque, stretti i denti e superato l'immediato empasse, le gambe hanno cominciato via via a carburare, gli scarponi a mordere il terreno con pi&ugrave; forza, i muscoli a sciogliersi e le piante dei piedi ad abituarsi al fondo pietroso del percorso. Un po' pi&ugrave; di un'ora di cammino, neppure troppo aspro, per giungere al canalone. Una lingua sassosa bianca e scoscesa sulla cui sommit&agrave; ecco apparire le guglie rosse.</span></font><br id="m3:s" style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;">E ti chiedi come sia possibile che stiano l&igrave;, enormi e fragili, che ti sembra di poterle sbriciolare con un semplice cucchiaio, che ti sembra che alla prossima pioggia possano scomparire in una colata di fanghiglia rosso arancio. </span></font><br id="oesf" style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;">E ti chiedi quale sia la forza che permette loro di sfidare il vento e il tempo, di resistere caparbie in barba alla furia degli elementi.</span></font><br id="wqwa" style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Poich&eacute;, razionalmente, non potrebbero esistere. La materia di cui sono fatte &egrave; inconsistente, un agglomerato friabile di pietrisco sottile e polvere rossiccia che forma un castello dalle torri di sabbia alte decine di metri che sembra in ogni istante pronto a dissolversi per sempre nell'informe. </span></font><br id="q0qk" style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Pure le lame rosse permangono in quel canalone da tempo immemorabile.</span></font><br id="x60q" style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Nella loro immobilit&agrave; silenziosa e arcana &egrave; forse nascosta una forza che per essere scorta pretende un punto di vista diverso e faticoso.  </span></font><br id="y6.v" style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;"> Forse quelle forme, lungi dal vivere per sfida, esistono proprio perch&eacute; in perfetto accordo con quella pioggia e quelle correnti che sfiorandone, carezzandone le delicate figure e imprimendo in loro quelle eleganti e ardite volute, non le distruggono.  Esse, forse, sono cos&igrave; perch&eacute; cos&igrave; vuole il vento. Esistono nel loro tempo, infinitamente pi&ugrave; lungo, dilatato, del nostro - cui ci &egrave; dato tuttavia il privilegio di scorgerle - apparentemente immobili e ieratiche ma invece in incessante trasformazione. </span></font><br id="v8nr" style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;"> Due mondi opposti si scrutano quando un uomo affaticato, come lo sono stato io ieri, giunge al cospetto di quelle sculture metafisiche. Il nostro mondo di uomini, alla continua ricerca di un posto in una natura alla quale, per tracotanza o idiozia, sentiamo di non appartenere del tutto, e il mondo delle cose docili al loro destino, perfettamente aderenti al volere della natura s&igrave; da farsi opere d'arte del vento e delle acque.</span></font><br id="s1pq" style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;"> Due mondi e due tempi, incommensurabili e un'unica esistenza dalle forme effimere e  cangianti. Mi risuonano alla mente le parole gigantesche di Prospero: «</span><span id="d4ye" style="font-family: Arial;">Sono finiti i nostri giochi. Questi attori, come ti avevo detto, erano solo fantasmi e si sono dissolti nell’aria, in aria sottile.</span><span id="d4ye1" style="font-family: Arial;"> E, come l’edificio senza basi di questa visione, anche gli alti torrioni incoronati di nuvole, e i sontuosi palazzi, ed i templi solenni, e questo stesso globo immenso, con le inerenti sostanze, dovranno dissolversi.</span><span style="font-family: Arial;"> E, come l’irreale spettacolo appena svanito,</span><span id="d4ye3" style="font-family: Arial;"> svaniranno senza lasciare traccia di s&eacute;.</span><span style="font-family: Arial;"> Noi siamo della materia di cui sono fatti i sogni</span><span id="d4ye6" style="font-family: Arial;"> e la nostra piccola vita &egrave; cinta di sonno</span><span style="font-family: Arial;">»</span><sup id="ckhk0" style="font-family: Arial;">1</sup><span style="font-family: Arial;">. </span></font><br id="tr_g" style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Al ritorno verso casa la luna, ignara, squarciando le nubi che veloci transitavano sul mare, mostrava il suo sguardo indifferente. Era come quello delle fragili lame di pietrisco rosso che sanno che l'unica libert&agrave; consiste nel consentire che il destino compia il suo ineffabile corso, nel lasciarsi modellare da esso e farsi cos&igrave;, nel tempo che ci &egrave; concesso, opere d'arte.</span></font><br id="mbxn" style="font-family: Arial;" /><br id="npf4" style="font-family: Arial;" /><br id="npf46" style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span id="npf47" style="font-family: Arial;"><em id="npf48">1) W.Shakespeare. La Tempesta, atto IV°, sc. I<br /><br /><br /></em></span></font>
<div style="text-align: center;"><font size="3"><span id="npf47" style="font-family: Arial;"><em id="npf48"><img src="/public/Lame Rosse.jpg" alt="" /></em></span></font><br /><br /><font size="3"><span style="font-family: Arial;"> - Le lame rosse -</span></font><font size="3"><span id="npf47" style="font-family: Arial;"><em id="npf48"></em></span></font></div>
</div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=29]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=29</guid>
	<dc:date>2008-08-16T22:18:06+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Andrea</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Uno sguardo sul ponte]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><font size="3"><span style="font-family: Arial;">E' domenica pomeriggio. Dalla finestra della camera da letto di casa mia lo squarcio tra gli spigoli di due palazzi lascia correre lo sguardo sul ponte sopra la ferrovia, che da poco ha ripreso a funzionare, sebbene con parsimonia, e, ancora pi&ugrave; lontano, sulle colline che sovrastano Ancona. E' un pomeriggio senza alti n&eacute; bassi, dovrei dire di relax, dopo alcune settimane convulse. Ora sono in quiete. Comincio via via a liberarmi dei fantasmi e degli incubi dell'organizzazione e a concedemi spazi di pensiero, di teoresi (ossia di contemplazione). Mentre scrivo una brezza leggera penetra dalla finestra aperta e mi carezza delicatamente la pelle. Getto ancora lo sguardo di l&agrave;, in quello squarcio anonimo su un frammento di citt&agrave; sonnolenta. Una cane abbaia insistentemente da qualche parte, il cielo plumbeo prelude forse ad uno scroscio che sarebbe comunque lungi dal calmierare l'afa estiva. Nulla pare che sia in vita. Solo suoni arrivano a dimostrarmi che, anche ora, qualcuno, inquieto, abita la citt&agrave;. Il pianto lontano di un bimbo, le parole indistinguibili di un uomo adulto, le auto che rare scorrono lungo le vie bruciate dal caldo, il suono ancora pi&ugrave; sottile del vento torrido. Un universo rarefatto ed indifferente che pure racchiude in s&eacute; tante vite, forse tutte le vite possibili. Penso che ogni  atomo, ogni singola particella, ogni incessante fluttuazione energetica che compone la trama intima di tutto ci&ograve; che esiste, me compreso, ci ha preceduti da sempre e proseguir&agrave; ad esserci per sempre incurante di noi. Niente scompare mai, tutto tramuta in ininterrotte e multiformi organizzazioni e nel vortice di vita che sconfina ognuna di esse &egrave;, forse, un segnale. Se getto ancora lo sguardo dalla finestra qualcosa, impercettibilmente si &egrave; modificato, l&agrave; c'&egrave; un uomo che porta a passeggio il suo cane e che prima non c'era, su quel balcone il vento ha ribaltato uno scatolone e si diverte a scagliarlo ostinato contro un parapetto, ogni automobile che passa, ogni insetto, ogni leggero soffione trasportato dal vento porta con s&eacute; una storia breve o lunga. E' protagonista di incontri, di metamorfosi, del suo frammento di senso. Quale sar&agrave; il mio? Forse che ogni uomo &egrave; destinato a chiedersi per sempre quale sia il suo posto nel mondo, quale l'essenza di questo intreccio inestricabile di destini e di storie, di bellezza e di orrore che &egrave; la vita. Cos&igrave;, solo con me stesso, guardando dalla finestra un paesaggio senza splendore, ho la sensazione che qualcosa sia  pur possibile capire, ma quando la mente si avvicina a sfiorare la verit&agrave; essa si ritrae in un abisso ancora pi&ugrave; vasto e terribile.</span><br id="hhkj" style="font-family: Arial;" /><span style="font-family: Arial;"> Il vento, che prima mi percuoteva, si &egrave; calmato ora e sembra che un rapido raggio di sole si faccia strada tra le nubi incoerenti di questo pomeriggio in cui c'&egrave; solo il mio sguardo a cercare qualcosa tra pilastri di cemento e automobili.</span><br id="rhlh" style="font-family: Arial;" /><span style="font-family: Arial;"> Nell'altra stanza sento la mia dolce compagna ripetere ad alta voce le parole di Freud, immersa nello studio matto e disperatissimo dei suoi ultimi esami. Ed io sono qui. Tutto mi appare realmente irreale. </span><br id="oic9" style="font-family: Arial;" /><span style="font-family: Arial;"> Mi sono messo a scrivere con niente da dire. Forse le parole non sono adatte a dire alcunch&eacute;, forse tutto il senso sta nel silenzio, nell'inesprimibile che ci sforziamo ottusamente di far parlare.</span></font></div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=28]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=28</guid>
	<dc:date>2008-07-13T17:01:41+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Andrea</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[L'inutile idiota]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="text-align: justify; font-family: Arial;"><font size="3">Certo che l'Italia &egrave; uno strano Paese. Che non finisce mai di stupire. Tutto pu&ograve; succedere all'improvviso, con nonchalance, cos&igrave;; un giorno qualcuno si sveglia e decide di compiere atti inconsulti, senza preavviso, come se tutto fosse normale. Se non che, di solito, chi compie questi atti &egrave; un cretino e l'ostentata naturalezza con cui questi vengono compiuti &egrave; segno certo di infernali conseguenze. E' cos&igrave; che qualche pomeriggio fa tutti gli italiani hanno scoperto che la loro dichiarazione dei redditi (del 2005) era diventata liberamente consultabile e scaricabile sul sito internet dell'Agenzia delle Entrate, insieme con tutti i dati personali annessi e connessi e senza che fosse identificabile lo "scaricante".<br id="aaz50" />Tempo pochi istanti dalla diffusione della notizia e, ovviamente, il sito dell'Agenzia delle Entrate &egrave; esploso, bombardato dalle richieste di "tutti intenti a spiare le dichiarazioni dei redditi di tutti". Insomma un macello di proporzioni incredibili. Il responsabile di questa assurdit&agrave; deficiente &egrave; quel simpatico buontempone di Vincenzo Visco, un personaggio dalla brillante intelligenza e soprattutto dalle spiccate virt&ugrave; morali che ha condotto - dopo aver subito una condanna in via definitiva per abuso edilizio ed esser stato protagonista di varie vicende discutibili fra le quali l'imboscamento del figlio come dirigente presso "Sviluppo Italia", con relativa congrua retribuzione (ma si sa... i figli so' piezz'e core...), - la sua personalissima lotta contro gli evasori fiscali del belpaese, da lui individuati massimamente tra quei gaglioffi dei piccoli artigiani, stagnini e gelatai, vessati all'inverosimile da quella mostruosit&agrave; logica che sono gli studi di settore (mentre c'&egrave; una dato interessante proprio di oggi, da fonte Adnkronos, cio&egrave; che Il 51,1% delle societa' di capitali dichiara un'imposta nulla o negativa), e utilizzati come bancomat per quei "tesoretti" che questo governo di imbecilli ha vantato di avere nelle casse per tutta la sua breve e triste parabola. Il sadico creatore dei pi&ugrave; demenziali inghippi burocratico-polizieschi che mente umana abbia mai immaginato ha complicato la vita di ciascuno al punto tale da contribuire in maniera decisiva alla sconfitta elettorale del partito di cui fa parte (nonostante questo, comprensibilmente, non l'avesse neanche candidato).<br id="d5xb0" />Ebbene, questo valente personaggio, il giorno prima di abbandonare (speriamo definitivamente) il posto da vice ministro che occupava con tanta solerzia, ha compiuto l'atto finale della sua carriera. L'atto che lo svela, finalmente, per chi "&egrave;" davvero. Ha lanciato, con belluina ferocia e vera eversiva malignit&agrave;, la polpetta avvelenata, lasciando il popolo, che ha sempre in fondo considerato indegno di lui, a contendersela in una rissa bieca e vergognosa.<br id="fg1h0" />Perch&eacute; per quest'atto infame non si scorge alcun senso logico se non quello di contribuire allo sgretolamento di ogni senso di comunit&agrave;. Durante l'ovvia bufera (prevedibile anche da un bambino) che si &egrave; generata durante le ore surreali che hanno seguito la pubblicazione di quei dati, il nostro non si &egrave; scomposto affatto e, dimostrando un certo (finto) stupore, ha detto che non vedeva dove fosse lo scandalo e che si trattava di un atto di trasparenza e di civilt&agrave;. Bene, bravo! Suggerirei di inserire scaricabile in internet il casellario giudiziario di tutto il popolo italiano, anche questo potrebbe essere un dato di trasparenza, o anche, che so, tutti i file delle anagrafi comunali, perch&eacute; no? Qualcuno, come Gianni Barbacetto, ha affermato che in America questa cosa si fa da anni. Peccato che sia FALSO. Chiunque pu&ograve; constatare facendo un giretto in internet che non &egrave; possibile scaricare i dati personali dei contribuenti americani e che non passa per la testa di nessuno in America (n&eacute; in nessun altro posto) di fare un'idiozia del genere. Neg<span class="testo_commento_inviato" id="vvjd0">li altri paesi la privacy non &egrave; uno scherzetto che si risolve nella compilazione di quattro inutili scartoffie. La Federal Tax Law statunitense protegge i dati personali dei contribuenti e i numeri vengono s&igrave; pubblicati, ma senza alcun riferimento personale. Come spiegare poi, qualche mese fa, lo scoppio in Inghilterra dello scandalo per la scomparsa di alcuni CD che contenevano i dati di alcuni (non tutti) i contribuenti inglesi e per il quale il ministro economico di lass&ugrave; si &egrave; dovuto immediatamente dimettere? </span><br id="x6qt0" />Dimentichiamo quindi le scemenze populiste di qualche lacch&egrave;, il danno che &egrave; stato fatto &egrave; grave e permanente. Non &egrave; bastato infatti l'intervento del Garante della Privacy (ovviamente ignaro della bravata) che ha bloccato la diffusione dei dati dopo qualche ora dalla pubblicazione. Una sola ora, per i tempi della rete, basta e avanza per fare qualunque cosa. E infatti dopo poco ecco i dati ricomparire tranquillamente sulle reti P2P, dove nessuno al mondo potr&agrave; mai farli sparire. Tutto questo &egrave; accaduto e quanto di peggio si possa immaginare accadr&agrave;. Avere quei dati (nomi cognomi indirizzi codici fiscali, ecc..) vuol dire poter clonare identit&agrave;, manipolare cifre (i dati sono pure stati immessi in formato .txt, ovvero modificabili pure da un bambino - una cosa che grida vendetta al cielo) e sputtanare, ricattare, compiere tutte le porcate pensabili. Questo non ha niente a che vedere con la trasparenza (quegli atti erano gi&agrave; consultabili e trasparenti), sulla quale, ovviamente, non ho niente, ma proprio niente da dire, a patto che venga almeno identificato chi acquisisce le informazioni.<br id="b4tz0" />Tutto questo ha a che vedere soltanto con la sete di vendetta di un bulletto incapace nei confronti di quel popolo italiano che, inconsciamente, ha sempre pensato inferiore a s&eacute; e bisognoso di strigliate alla stregua di un mulo testardo. Un pover'uomo che ha dato l'ultima prova della sua esistenza in vita. L'ultimo rantolo di un inutile idiota. <br id="x6qt1" /><br id="xe7d0" />P.S. Non tragga in inganno l'articolo. Lo scrivente <span id="oq:k0"><u id="httm0">non &egrave; un elettore di centrodestra</u></span>.</font></div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=27]]></link>
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	<dc:date>2008-05-02T22:10:46+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Andrea</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[I nuovi mostri]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="text-align: justify; font-family: Arial;"><font size="3">Inizier&ograve; dicendo che, per paradosso, i bisogni primari (mangiare, bere, ecc..) non sono importanti per l'uomo in quanto tale. Sono essenziali per ogni essere vivente. Anche per un insetto, o un batterio, o una forma di vita ancora pi&ugrave; elementare. Dunque essi non sono essenziali per noi pi&ugrave; di quanto lo siano per qualunque altra forma di vita di qualunque specie. Ma noi sentiamo di essere distinti dagli altri esseri viventi. E davvero lo siamo. Ci distinguiamo dalle bestie brute certamente per capacit&agrave; logiche, ma altrettanto certamente per la nostra capacit&agrave; di giudicare. Di vedere nelle cose, ad esempio, la bellezza, o l'orrore.  Un essere umano sente che fare un'esperienza estetica, in qualche maniera, lo accresce. Ma in cosa lo accresce? Precisamente in umanit&agrave;. Lo rende ancora pi&ugrave; umano. Meno bestiale.<br id="zmhd" />Insomma se facciamo arte, e se ne fruiamo, &egrave; perch&eacute; apparteniamo alla razza umana. Questo semplice assunto parrebbe addirittura banale se non fosse per una considerazione accessoria che va fatta e che potr&agrave; sembrare un po' "forte"; cio&egrave; che l'umanit&agrave; degli appartenenti alla razza umana non &egrave; scontata. Va nutrita opportunamente. Ad essa &egrave; associata una sensibilit&agrave; che ci appartiene soltanto come dato potenziale. L'esperienza estetica - l'arte fatta o fruita -  &egrave; <span id="cvh0"><b id="zoon">fondamentale </b></span>per l'uomo, fonda cio&egrave; la base della sua umanit&agrave; che per&ograve; non &egrave; <span id="ogn7"><b id="ft-o">essenziale </b></span>alla sussistenza in vita e quindi si pu&ograve; anche perdere. Si pu&ograve; dunque dare una razza umana disumanizzata, ci&ograve;, secondo me, non solo &egrave; possibile, ma anche in progressiva realizzazione. Un esempio. Qualche sera fa sono stato ad un concerto. Un virtuoso del violino (Uto Ughi) ha suonato brani di Bach e di Mendelssohn. Si trattava di un concerto di beneficenza. In fila con un sacco di gente, durante l'attesa dell'apertura delle porte, ho sentito una coppia fare questo ragionamento: «beneficenza a parte, per che cosa abbiamo pagato i soldi del biglietto? Qui ci vendono del fumo. Tutto sommato che cosa rimane di tangibile dopo aver ascoltato il concerto? Niente. E' solo fumo. Bisognerebbe, se non ci fosse la beneficenza di mezzo, farci ridare i soldi pi&ugrave; tardi». Il ragionamento veniva fatto con seriet&agrave;, non per scherzo. Le persone che dicevano quelle cose erano adulte, all'apparenza istruite e, giudicando da particolari inequivocabili, finanziariamente dotate. Ho pensato, con un brivido, al motivo per cui quell'uomo e quella donna erano l&igrave;. A come le frequentazioni scolastiche e universitarie nulla possano su quella idea sottoculturale, ormai di massa, che ha agito al punto da nientificare e rendere pressoch&eacute; insensato tutto ci&ograve; che non abbia una consistenza tangibile, materica, segnando pure la fine della borghesia come elemento sociale evoluto. Dando spazio ad una nuova societ&agrave; opulenta e barbarica, istruita e cinica, anestetizzata e disumana.<br id="igv_" />Qualcuno potrebbe dire che in fondo quello era solo il discorso di due idioti. E' vero. Ma dietro quell'idiozia si nasconde qualcosa di peggio. L'essere incapaci di considerare l'esperienza estetica come fondamentale per l'umanit&agrave; equivale ad essere gi&agrave; sul punto di abbandonare quanto di umano c'&egrave; nell'uomo. Io non so se quei due, o gli altri che pur non esprimendo a parole questo concetto considerano l'arte qualcosa di inutile, abbiano coscienza di questo fatto. A giudicare dall'aria che tira nella "cultura dominante" temo che non ne abbiano affatto. D'altronde quante volte ci &egrave; capitato di sentire i nostri politici parlare di arte e di cultura? Essi di solito, nei loro discorsi, la considerano importante ai fini sociali, occupazionali, terapeutici, ma mai come fine in s&eacute; stessa (non si giustificherebbero le ingenti spese). Bisognerebbe insegnare a costoro (e a quelli che professano, ad esempio, il verbo dello studio utile e non dell'utile studio), che l'arte &egrave; inessenziale e, proprio per questo, e per nessun altro motivo, &egrave; confacente all'uomo. Che il giorno in cui perdessimo definitivamente la capacit&agrave; di pensare e di capire l'arte e questa sua peculiarit&agrave; avremmo compiuto il pi&ugrave; grave dei crimini contro l'umanit&agrave; e fatto il passo definitivo verso la creazione di un mondo di mostri.</font></div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=26]]></link>
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	<dc:date>2008-04-21T20:56:53+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Andrea</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Immortali]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Tra le cose belle del mio lavoro c'&egrave; che, ogni tanto, grazie ad un amico o ad una situazione magari casuale, si realizzano strane alchimie e si fanno degli incontri molto significativi. Ognuno di questi incontri privilegiati apre prospettive di pensiero e di elaborazione inusitate e altrimenti impossibili. Recentemente mi &egrave; capitato quello con il Professor Franco Rustichelli, un fisico nucleare che insegna all'Universit&agrave; Politecnica delle Marche. Rustichelli &egrave; uno scienziato e contemporaneamente un artista, amico e frequentatore di artisti e autore di testi letterari.  Pu&ograve; sembrare strano che un fisico nucleare sia anche attivo nell'arte, questione &quot;umanistica&quot; che, a prima vista, appare lontanissima dalla scienza. Pu&ograve; sembrarlo solo a chi non ha un'idea di come la scienza e l'arte siano sorelle a un tempo stesso, tanto che alcuni canoni che, da sempre, muovono il giudizio nell'arte (come la simmetria e la bellezza) sono assunti dalla scienza quali elementi comprovanti la superiorit&agrave; di una teoria su di un'altra. </span></font><br style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Insomma, l'eleganza, l'aspetto &quot;estetico&quot;, di una teoria o di una formula &egrave; la prova anche della sua consistenza (e chi pu&ograve; non riconoscere, per esempio, nella famosa equazione einsteniana E=mc</span><sup style="font-family: Arial;">2</sup><span style="font-family: Arial;">, che sancisce l'equivalenza della massa con l'energia, una stupefacente bellezza?). Con Rustichelli, nel piccolo cenacolo del mio studio, si &egrave; parlato delle frontiere che la scienza sta esplorando. Frontiere cos&igrave; estreme che appaiono addirittura incredibili per il senso comune. Questo mi ha fatto pensare a quale distanza sussista ancora oggi - nonostante la scolarizzazione, la conquista di una cultura di base allargata - tra il sapere delle persone, anche con titolo di studio elevato, e le pi&ugrave; avanzate idee intellettuali che costituiscono la cultura reale e alle quali l'arte deve fare riferimento per dirsi tale.</span></font><br style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Questa distanza, rende l'arte comunque difficile e non consolatoria. Presuppone uno spettatore, un pubblico, curioso e intellettualmente pronto a mettere in gioco le sue certezze. Coraggioso nell'affrontare limiti estremi di speculazione che, ovviamente, costringono ad una fatica concettuale. Insomma un pubblico che non sta semplicemente seduto su una poltrona e che, in definitiva, non esiste se non sotto forma di una &eacute;lite intellettuale avanzata che, in Italia, conta forse non pi&ugrave; di qualche centinaio di migliaia di persone.</span></font><br style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;">Franco lavora da scienziato sulla materia e sulla sua descrizione a livello atomico. Da scienziato e da artista lavora a quello su cui la scienza si applica da sempre: la ricerca dell'immortalit&agrave;. Oggi la scienza pare giunta alla soglia </span><span style="background-color: rgb(255, 255, 255); font-family: Arial;">che da sempre aspira a varcare</span><span style="font-family: Arial;">; comincia ad intravedere la possibilit&agrave; concreta di rendere l'uomo immortale. Capisco che questa affermazione, a prima vista, possa sembrare azzardata, ma invece non lo &egrave; per niente. La scienza crede fortemente in questa possibilit&agrave; e nel fatto che essa possa diventare concreta in un tempo non lontano. La vecchiaia &egrave; considerata ormai una malattia che come tale pu&ograve; essere combattuta. Le nuove possibilit&agrave; bio-ingegneristiche studiano la rigenerazione di tessuti attraverso le cellule staminali e la sostituibilit&agrave; di intere parti del corpo. Gli scienziati sono sul punto di poter intervenire per invertire il programma genetico che presiede al nostro decadimento fisico. Ogni giorno si fanno nuovi passi avanti in questa direzione. La sussistenza del corpo per un tempo indefinito, in pratica l'immortalit&agrave;, pare essere a portata di mano in un tempo non lontano e non sotto forma di speculazione teorica (anche se di fatto si potrebbe sempre morire per omicidio, suicidio, incidente, ecc...). Ovviamente la prospettiva che si apre &egrave; densa di implicazioni, morali, filosofiche, etiche, ecologiche ma anche pratiche (quanto coster&agrave; l'immortalit&agrave;? Verr&agrave; a crearsi una casta di uomini ricchi e immortali - come semidei - ai quali si contrapporr&agrave; una gen&igrave;a di persone qualsiasi destinate a morire? Quali tensioni e quali nuovi poteri scaturiranno da questa condizione inaudita? Oppure si pu&ograve; pensare ad un livello di &quot;democratizzazione&quot; dell'immortalit&agrave; che presupporrebbe per&ograve; la rinuncia alla riproduzione sessuata o il ferreo controllo su di essa?).&nbsp; Rustichelli ha pubblicato sull'argomento gi&agrave; nel 1978 un testo teatrale che, a giudicare dagli sviluppi odierni, pu&ograve; dirsi profetico. Non si tratta, &egrave; ovvio, di un testo &quot;qualunque&quot;. E' un'opera complessa sulla quale abbiamo concordato di lavorare in qualche modo. Staremo a vedere quali forme prender&agrave; questa esperienza e quale linguaggio si decider&agrave; di usare per decifrarne il codice.</span></font><br style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;"> Resta, per ora, il fascino della materia sulla quale sto iniziando il mio lavoro, che rappresenta, in fondo, la pi&ugrave; antica richiesta, la pi&ugrave; struggente volont&agrave; dei viventi, quella di non perdere, nel vortice del tempo, le esperienze vissute, il mondo che &egrave; stato creato e vive soltanto nelle ramificazioni neuronali, uniche e irripetibili, della mente. La stessa disperata richiesta di avere pi&ugrave; vita a disposizione che Roy, il replicante di &quot;Blade Runner&quot;, pronuncia appena prima di morire:</span><span style="font-size: 125%; font-family: Arial;"></span><span style="font-family: Arial;"> &laquo;I've seen things you people wouldn't believe. [..] All those moments will be lost in time, like tears in rain. Time to die.&raquo;</span><span style="font-size: 125%; font-family: Arial;"></span><sup style="font-family: Arial;">1</sup></font><br style="font-family: Arial;" /><br style="font-family: Arial;" /><br style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;"> Note</span></font><br style="font-family: Arial;" /><font size="3"><span style="font-family: Arial;"> 1) E' probabilmente inutile inserire la traduzione di questo notissimo brano, comunque: &laquo;Ne ho viste di cose che voi umani non potreste immaginare [..] e tutti quei momenti si perderanno nel tempo, come lacrime nella pioggia. E' tempo di morire&quot;</span></font></div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=25]]></link>
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	<dc:date>2008-03-24T14:16:41+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Andrea</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Motore... Ciak... Azione!]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="text-align: justify; font-family: Arial;"><font size="3">Sono latitante dal blog da un po' di tempo, ma non perch&eacute; stia con le mani in mano, anzi. Ora per&ograve; torno a scrivere, per parlare un po' di me e di quello che faccio o mi accingo a fare. Basta, per oggi, con gli argomenti "alti" (forse troppo).  Negli ultimi quattro anni ho filmato un sacco di cose, per lavoro, per terze persone, "gli altri". Cose, ovviamente, pi&ugrave; o meno interessanti (e pi&ugrave; o meno remunerative - di solito la faccenda &egrave; inversamente proporzionale all'interesse, ovvero meno le cose sono interessanti pi&ugrave; sono remunerative - destino baro....). Tra pochi giorni comincer&ograve; le riprese di qualcosa di mio. Un cortometraggio. Finalmente, dovrei dire. Dovrei... perch&eacute; questo - il momento che precede immediatamente l'avvio dei lavori -  &egrave; il momento dei dubbi, delle paure. Andr&agrave; tutto liscio? Ce la far&ograve; a fare le cose per bene? E poi la fatica. Pochi sanno quanta fatica costi girare un film anche breve. Ma al di sopra di tutto c'&egrave; la questione del "senso". Tutto questo lavoro ha un senso? C'&egrave; una domanda che mi viene fatta da quasi tutti quelli che, per un verso o un altro, vengono a sapere che sto per girare un film. E' la domanda pi&ugrave; semplice e spiazzante, quella cui davvero non so cosa rispondere. "Ma poi che cosa ci si fa di un cortometraggio?". Io, ovviamente me la cavo con la solita risposta. Si manda ai concorsi. Ma &egrave; altrettanto ovviamente una risposta falsa e consolante (... per loro - "ah! allora c'&egrave; un senso..., lo manda ai concorsi.."). In verit&agrave; a me non piacciono i concorsi. Non giro un film per mandarlo ai concorsi.... o perch&eacute; voglia ufficializzarmi regista, ovvero a dimostrazione del fatto che so girare un film. Lo faccio quando ne sento il bisogno e quando ho qualcosa da dire. Lo faccio come esperimento e solo se determinati eventi si allineano nella giusta direzione. Poi, vabb&egrave;, ai concorsi pure ci andr&agrave;, ma di sicuro non lo faccio per quello.<br />Certo, con i tempi che corrono, la questione del senso &egrave; identica anche quando faccio teatro. Un lavoro di tre o quattro mesi per mettere in scena uno spettacolo pu&ograve; essere definito una vera perdita di tempo. Uno spreco (sulla questione mi sono gi&agrave; espresso nel post "All art is quite useless"). Ma fare un film presuppone - per quanto si riesca a mantenere leggero il set, per quanto si provi a fare tutto con i propri mezzi - collaborazioni di ogni tipo. Gente a cui invadi la casa per le riprese, gente a cui chiedi strutture e tempo per stare sul set, gente a cui chiedi tempo e condivisione per recitare quello che vai proponendo loro e quindi il problema del "senso" si pone con maggiore intensit&agrave;.<br />Lo so, potrei fregarmene e, fidando sulla bont&agrave;, sulla benevolenza di tutti i collaboratori, andare avanti come un treno. Ma ho un difetto. Non riesco a non sentirmi in colpa per questa cosa. Speriamo almeno di riuscire a realizzare una cosa bella.</font></div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=24]]></link>
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	<dc:date>2008-03-12T14:26:27+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Andrea</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Il sonno della ragione genera...Mazza]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="text-align: right;"><font size="2" style="font-family: Arial;"><b>Simplicio</b></font><font size="2"><br /></font><font size="2" style="font-family: Arial;"> I<span style="font-style: italic;">o non dir&ograve; che questa vostra ragione non possa essere concludente,</span></font><font size="2"><br style="font-style: italic;" /></font><font size="2" style="font-family: Arial;"> <span style="font-style: italic;">ma dir&ograve; bene con Aristotile che nelle cose naturali</span></font><font size="2"><br style="font-style: italic;" /></font><font size="2" style="font-family: Arial;"> <span style="font-style: italic;">non si deve sempre ricercare una necessit&agrave; di dimostrazion matematica.</span></font><font size="2"><br /></font><font size="2" style="font-family: Arial;"> <b>Sagredo</b></font><font size="2"><br /></font><font size="2" style="font-family: Arial;"> <span style="font-style: italic;">S&igrave;, forse, dove non la si pu&ograve; avere; </span></font><font size="2"><br style="font-style: italic;" /></font><font size="2" style="font-family: Arial;"> <span style="font-style: italic;">ma se qui ella ci &egrave;, perch&eacute; non la volete voi usare?</span></font><font size="2"><br style="font-style: italic;" /></font><font size="2" style="font-family: Arial;"> </font><font size="2"><br /></font><font size="2" style="font-family: Arial;"> </font><font size="2"><br style="font-family: Arial;" /></font><font size="2" style="font-family: Arial;"> <i>dal "Dialogo dei massimi sistemi" di Galileo Galilei</i></font></div>
<div style="text-align: justify; font-family: Arial;"><font size="3"><br />[prologo - 14/01/2008 ore 20:30 circa] Ci voleva davvero la notizia che ho ascoltato tra l'esterrefatto e e il terrorizzato stasera al TG2 per farmi sobbalzare e decidere di mettere da parte la pigrizia e scrivere qualcosa. Mi ha scosso dal torpore un solerte giornalista del servizio pubblico radiotelevisivo che, durante un servizio, ha asserito che Galileo Galilei fu giustamente condannato dalla Chiesa Cattolica in quanto non aveva fornito convincenti prove scientifiche riguardanti il fatto che la terra girasse intorno al sole. Un discorsetto che mi sembrava di aver gi&agrave; sentito o letto (e che infatti era malamente copiato) inscritto nella polemica che vede gli scienziati dell'Universit&agrave; di Roma "La Sapienza"  opporsi all'invito formulato dal loro Rettore al Papa Benedetto XVI. <br />Dire che questo fatto sarebbe bastante per convincerci tutti ad aderire in massa al sacrosanto V-Day proclamato per il 25 aprile prossimo contro la dannosissima e ignorantissima casta di parolai che inquina l'informazione italiana piegandola e costringendola ad ogni sorta di prostituzione e perversione &egrave; quasi cosa ovvia.<br />Passando per&ograve; a questioni pi&ugrave; serie rispetto ai vaneggiamenti di un poveraccio stipendiato (con i nostri soldi) da qualche baciapile, che come incipit del suo servizio scopiazza la parte iniziale di un opinabile testo di Vittorio Messori (s&igrave; s&igrave;, proprio quello che nel volume "Emporio cattolico" difende l'astrologia affermando che in essa si deve credere siccome "tutte le religioni e tutte le culture antiche hanno usato l'osservazione degli astri come segno soprannaturale") facilmente rintracciabile su internet (vedi <a href="http://www.totustuus.biz/users/altrastoria/galileo_messori.html">qui</a>), cominciamo a parlare di fatti. Alcuni scienziati della facolt&agrave; di fisica dell'Universit&agrave; di Roma "La Sapienza", hanno giudicato alquanto disturbante l'idea, partorita dal loro "magnifico" Rettore, di invitare il Papa Benedetto decimosesto a inaugurare l'anno Accademico dell'Ateneo . Essi sostengono che sia un insulto permettere al suddetto Pontefice di varcare il soglio delle loro aule, territorio deputato allo studio delle cose della natura secondo un metodo che si chiama "scientifico galileiano", non tanto perch&eacute; rappresentante odierno di quella Chiesa che provvide alla condanna del padre della scienza, (vale la pena ricordare che altri Pontefici, tra cui il precedente, Giovanni Paolo II, sono stati accolti in quell'Ateneo senza particolare chiasso... vabb&egrave; qualche fischio...) quanto per le sue personalissime idee al riguardo. Idee che l'attuale Papa espose in modo assai chiaro ancora da Cardinale in un discorso che qui <a href="http://www.andreaanconetani.it/public/Galileo di J Ratzinger.pdf">allego</a> (si tratta dello stralcio relativo alla parte "incriminata") e che quindi vi lascio esaminare perch&eacute; ne traiate le vostre personali conclusioni.<br />Apriti cielo! Da tutte le parti si levano le voci scandalizzate della stampa e della politica che cominciano a sparare bordate colossali, dichiarando professori e studenti addirittura emuli di Goebbels. Diabolicamente, Giuliano Ferrara, si inventa, con uno dei capolavori di acrobazia logica di cui &egrave; maestro, una "veglia laica" per la libert&agrave; del Papa di parlare (come se il Santo Padre fosse imbavagliato e non esprimesse puntualmente e in ogni luogo e tempo il suo pensiero), trappolone in cui cadono pure i poveri ignavi del novello Partito Democratico. <br /> [stasimo- 15/01/2008] Giunge improvvisa la notizia che il Santo Padre Benedetto XVI ha considerato inopportuna la sua presenza presso l'Ateneo romano e quindi, dispiaciuto, declina l'invito. Gli studenti cantano vittoria mentre la macchina infernale della controinformazione non si ferma e anzi rincara la dose. I telegiornali aprono in coro con la notizia intonando lamenti e gemiti, l'aula parlamentare (che avrebbe ben altro di cui discutere) &egrave; tutto un risuonare di grida e di prese di posizione di condanna.<br /> I demiurghi dell'insulto alla verit&agrave; esercitano, perfidi, le loro arti magiche, confezionando su quasi tutti i quotidiani pezzi degni del museo degli orrori. Campione fra tutti il direttore del TG2 Mauro Mazza che chiude l'edizione delle tredici con un monologo nel quale. dopo aver paragonato gli studiosi de "La Sapienza" alla "monnezza" napoletana e rievocato nostalgicamente i tempi di Bettino Craxi, argomenta che &egrave; periodo di sonno della ragione che genera nuovi mostri e mostriciattoli, segno, secondo lui, di una vera intolleranza oscurantista. Bisognerebbe ricordare al caro direttore che la frase da lui citata &egrave; stata incisa da Goya in un'acquaforte pubblicata nel 1799 che ha dato non poche noie al suo autore, costretto a ritirarla dalla circolazione per timore di un intervento censorio ... della Santa Inquisizione (quella s&igrave;, mi pare, oscurantista davvero).<br /> [epilogo - forse - 16/01/2008] Il Papa non inaugurer&agrave; l'anno Accademico de "La Sapienza". Io ho cercato, nelle pagine della stampa estera, la notizia che tra le nostre italiche sponde ha causato tanto chiasso e mosso tali erculei personaggi. Ebbene, se anche voi lo farete vi accorgerete che dappertutto passa praticamente inosservata. Striminziti trafiletti in Francia, Germania, Inghilterra. Qualcosa di pi&ugrave;, ma sempre con modestia, in Spagna. Insomma, la faccenda pare non essere molto interessante, per nessuno. Tranne che per noi. Ben altre sono le questioni che fanno una cattiva pubblicit&agrave; al nostro povero Paese. Oggi "BBC news" titola (in piccolino, ma in prima pagina on line) con le dimissioni del nostro Ministro della Giustizia...<br /><br /><br /></font>
<div style="text-align: center;"><font size="3"><img alt="" src="/public/il sonno della regione genera Mazza.jpg" /><br /><br /><font size="2">"Il sonno della ragione genera... Mazza". <br />(Liberamente tratto dall'incisione di Francisco Goya)</font></font></div>
</div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=23]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=23</guid>
	<dc:date>2008-01-16T17:23:54+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Andrea</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Prove tecniche di apocalisse]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="font-family: Arial; text-align: justify;">
<div style="text-align: right;"><font size="3"><i>"...un'automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, </i></font><br style="font-style: italic;" /><font size="3"><i>&egrave; pi&ugrave; bella della Vittoria di Samotracia."</i></font><br /><font size="3">dal "Manifesto del Futurismo" - Le Figaro 20 febbraio 1909</font><br /></div>
<font size="3"><br /></font></div>
<div style="text-align: justify;"><br /><br /><font size="3" style="font-family: Arial;">Per tre giorni, questa settimana, i camionisti hanno messo a riposo i loro bestioni. Si sono fermati. Sciopero. Sono bastati questi tre giorni per trasformare la nostra tranquilla routine in una specie di allucinazione. File spaventose ai distributori di benzina prosciugati e gente impazzita che si prendeva a schiaffi per rivendicare il posto alla pompa. Bagarinaggio petrolifero. Merci ammuffite trasformate in immondizia. Supermercati a corto di vivande. Speculazioni sui prezzi degli ortaggi. Qualcuno ha riscoperto di avere i piedi.</font> <font size="3" style="font-family: Arial;">Tutto questo perch&eacute; la macchina della distribuzione ha avuto tre giorni (tre) di squilibrio. Proviamo a fare un esperimento mentale e ad estendere a dieci giorni e poi a venti giorni questa situazione. Dieci giorni dopo il fermo anche gli automobilisti pi&ugrave; previdenti (quelli che avevano fatto il pieno) hanno l'automobile parcheggiata. I pi&ugrave; previdenti tra i previdenti l'avevano parcheggiata gi&agrave; al sesto giorno preservando cos&igrave; una tacca di carburante in caso di necessit&agrave; vitale. Gli sprovveduti si fanno sorprendere dal serbatoio vuoto mentre cercano affannosamente, con gli ultimi sgoccioli di super, un impossibile benzinaio aperto e sono costretti a lasciare l'auto tristemente buttata sul ciglio della statale. I supermercati si sono svuotati di quasi tutto. Niente pi&ugrave; merci fresche comunque. Vengono presi d'assalto i mercati rionali ma anche l&igrave; quasi niente, poi i contadini, i coltivatori diretti, che per&ograve; non hanno sufficiente produzione e un po' di scorta serve anche a loro. Molta gente si accorge di non avere un orto. Quelli che hanno un giardino si accorgono di non sapere niente di coltivazione e che seminare e raccogliere non sono la stessa cosa. E' inverno. I riscaldamenti delle abitazioni cominciano a non funzionare pi&ugrave;. C'&egrave; un freddo cane. Molti si accorgono di non avere un camino e che nessuno produce pi&ugrave; da un pezzo stufe a legna. Quelli che hanno un solaio cercano la vecchia stufa del bisnonno, la trovano, ma non hanno legna adatta da bruciare. Venti giorni dopo. Le centrali elettriche a petrolio non producono energia. La rete elettrica diventa instabile. La corrente viene razionata e riservata esclusivamente ai servizi di massima necessit&agrave;. Le citt&agrave; calano nel buio. Le televisioni si spengono, alcuni si ricordano dell'esistenza di computers a manovella pensati per il terzo mondo, ma non si trovano e gli aerei senza approvvigionamenti di carburante non possono volare. Bancomat e carte di credito diventano pezzi di plastica inservibili. Il mondo diventa improvvisamente gigantesco. Il viaggio quotidiano di venti chilometri da percorrere per lavoro diventa impossibile. A piedi o in bicicletta lo spazio si dilata enormemente e venti chilometri sono infiniti. Potrei continuare con le fabbriche che chiudono, gli impiegati che si disimpiegano, le farmacie che tornano ai preparati galenici. In venti giorni ci troveremmo catapultati pi&ugrave; o meno nelle condizioni della societ&agrave; preindustriale. Venti giorni senza il motore della nostra civilt&agrave;. Il petrolio. </font><br /><font size="3" style="font-family: Arial;">Ho un po' lavorato di fantasia, &egrave; ovvio. Per&ograve; potremmo chiederci se questi scenari siano del tutto improbabili. D'altronde il petrolio non &egrave; un bene infinito, anzi, probabilmente il picco della sua estrazione &egrave; stato gi&agrave; superato e se non &egrave; cos&igrave; lo sar&agrave; entro pochi anni. Questo vuol dire che il suo prezzo &egrave; destinato a crescere inevitabilmente e non potr&agrave; mai scendere se non per brevi assestamenti. Tra qualche anno i carburanti costeranno cos&igrave; tanto che dovremmo rinunciare a molte cose a cui siamo abituati. Non arriveremo a vedere l'ultima goccia di petrolio. L'estrazione terminer&agrave; perch&eacute; il valore del bene sar&agrave; cos&igrave; alto da renderlo inutile. Il giocattolo che fino ad ora ha funzionato a dovere si sta inceppando. Il difetto dello scenario che ho descritto sopra sta soltanto nel fatto che l&igrave; appare tutto concentrato in un lasso di tempo brevissimo. In verit&agrave; tutta accadr&agrave; con molta lentezza e se da un lato questo pu&ograve; consentirci di varare contromisure efficaci, dall'altro attenua pericolosamente la percezione di gravit&agrave;. Stiamo sprecando tempo insomma e potremmo accorgerci troppo tardi che non c'&egrave; pi&ugrave; niente da fare.</font><br /><font size="3" style="font-family: Arial;">E adesso ditemi se non sono un perfetto apocalittico.</font></div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.andreaanconetani.it/dblog/articolo.asp?articolo=22]]></link>
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	<dc:date>2007-12-15T18:34:31+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Andrea</dc:creator>
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