Seduto sulla sedia fisso il monitor che mi appare più bianco e livido del solito. Dietro di me la televisione, autisticamente, trasmette al vuoto della mia stanza da letto la musica del concerto del primo maggio; laica liturgia di ogni anno. Al ritorno dall'uscita d'ordinanza per le cittadine vuote e calcinate dell'entroterra marchigiano, in una giornata finalmente di primavera, la mia mente è abbastanza neutralizzata. Riprendo, piano, a scrivere. Riprendo, finalmente, uno spazio che è solo mio. Il roccheggiante accompagnamento che mi martella da dietro si interrompe e dà spazio alle parole, che non ascolto, di una impacciata Impacciatore e di un "qualcuno" che dalla voce non riconosco. Le parole, che continuo a non ascoltare, fluiscono con la consueta melmosità, parole automatiche, intonazioni automatiche, televisive. Dinamica normalizzata, come si deve, intelligenza normalizzata, come è d'uopo. Frequenze medie, per un grande pubblico anch'esso medio, livellato, come il suono che fuoriesce dalle colossali casse acustiche. Volume altissimo. Nessun picco. Salto indietro di qualche ora: nella piazza vuota di San Severino, seduto su di una panchina, il suono insistente dell'acqua di una fontana, anch'essa dietro di me, riempie di un sottofondo gentile l'aria quasi irreale. Sto, un istante, a occhi chiusi. All'improvviso il rumore di motori che si avvicinano mi costringe a tornare vigile. In una lunga fila le Fiat 500 fanno un trionfante ingresso in piazza e si allineano docili. Il rombo di motori sapientemente modificati, i colori vivaci, le brillanti cromature, il vociare acceso degli automobilisti, cambiano definitivamente lo scenario sonoro. Mi piace. Ma alzo i tacchi e me ne vado. Torno angustiato alla mia camera da letto, alle parole che la tv vomita dietro di me. Ora parla il Presidente della Repubblica. Non ascolto. Da che cosa fuggo in questo primo maggio assolato e limpido? Forse dall'immersione onnivora di ogni giorno nell'insensatezza. Dalla forzata prossimità dei molti che prossimi non sento e che, forse, non potranno esserlo mai. Dalla dannazione umana, troppo umana, di una società che ciecamente, turpemente, riproduce se stessa e ci impastoia in vincoli di ogni sorta. Fuggo dagli occhi beffardi dei funzionari, orribili riproduzioni inconsapevoli di mille obbedienti Eichmann. Dalla banalità delle loro scartoffie cieche, fuggo, soprattutto, dalle chiacchiere vuote che infestano con la loro stupida inutilità le nostre ore, i nostri giorni. Preziosi. Forse è proprio per questo che per lungo tempo mi sono appartato nel mio teatro, nell'unico posto dove, insieme ad uno sparuto cenacolo di persone, posso concedermi la nobiltà del parlare e dell'ascoltare abolendo quasi del tutto l'immensa cacofonìa che come un delirio insensato aggiunge rumore al rumore, la bufera infernale di opinioni, chiacchiere, urla, che nella loro caoticità esauriscono ogni fatto disintegrandolo senza neppure sforzarsi di comprenderlo in alcuno schema di pensiero coerente. Seduto sulla sedia, continuo a fissare il monitor, che mi appare più livido e bianco del solito. Dietro di me la televisione continua nel suo ripugnante, incessante rigurgito. Penso alle parole conclusive de "Le Città Invisibili" di Calvino: «L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
...dalla forzata prossimità dei molti che prossimi non sento.... ...nell'unico posto dove,insieme ad uno sparuto cenacolo di persone, posso concedermi... oh!!! come vorrei esserci anche io, in silenzio ad ascoltare...
Di
Cosetta
(inviato il 04/05/2010 @ 11:06:41)
Beh... vieni. Direi. Si può anche curiosare nel nostro "cenacolo"... Quando ti pare.
Di
Sito web
(inviato il 04/05/2010 @ 11:24:16)
Il particolare fenomeno che da sempre alimenta la nostra antica amicizia si ripete ancora una volta. Nello scorrere assorto il tuo post avverto forte in me la sensazione di capire più di ciò che leggo e di aver già esplorato con te ogni concetto nei tempi ormai lontani dei nostri studi... E' come se da un cassetto polveroso sommessamente riaffiorasse alla mia memoria un appunto ingiallito scritto insieme... So che non è così, ma il particolare "effetto condivisione" che mi assale quando leggo i tuoi scritti rimane qualcosa di straordinario. Forse stiamo fuggendo entrambi: "dall'immersione onnivora di ogni giorno nell'insensatezza. Dalla forzata prossimità dei molti che prossimi" non sentiamo "e che, forse, non potranno esserlo mai"...
Di
Roberto
(inviato il 11/05/2010 @ 17:21:12)
Roberto, amico. Proprio qualche giorno fa pensavo quanto sarebbe bello discutere di nuovo con te sulle questioni che ci stanno (da sempre) a cuore. Trovare questo spazio (e questo tempo) sarebbe splendido. E' curioso che vicino a noi siano altri (colleghi, conoscenti) che non sono però prossimi mentre noi che prossimi lo siamo davvero non condividiamo né lo stesso spazio né lo stesso tempo...
Di
Sito web
(inviato il 13/05/2010 @ 07:28:27)
Vero. A volte penso che il massimo per noi due sarebbe stato seguire la stessa strada lavorativa. Pensa se anche tu avessi imboccato la via della scuola e dell'educazione o se anch'io avessi avuto l'ardire di cimentarmi nel tuo stesso campo. Chissà, avremmo potuto condividere il medesimo posto di lavoro, sia in un caso che nell'altro... Purtroppo, non essendo così, siamo costretti a convivere con chi non ha la minima prossimità nei nostri confronti... Mi accorgo che, con il passare degli anni, avverto sempre più questa distanza verso molti che mi stanno intorno per ragioni contingenti e di lavoro. Quanto a noi due, c'è un modo per rimediare che non sia un palliativo momentaneo...? Ne dubito amaramente.
Di
Roberto
(inviato il 13/05/2010 @ 11:10:29)
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