«La natura è sincera noi no. Noi imbalsamiamo i morti» U. Betti
Quante volte mi sono chiesto dove fosse il passato. Perché tutta la nostra esistenza appare determinata da qualcosa che non esiste più se non nelle grigie circonvoluzioni della nostra mente. O addirittura in tracce ancor più labili, documenti scritti o reperti sepolti. Quante volte guardando una fotografia, ho stentato a credere di essere proprio io l'individuo ritratto. Quante volte il racconto di un medesimo evento ha cambiato forma se narrato da bocche differenti ancorché esse abbiano vissuto la stessa esperienza nello stesso luogo e nello stesso istante. Che cosa può mai importarci di qualcosa che non esiste più in nessun luogo, qualcosa a cui non possiamo più accedere; il cui oblio è il più definitivo che possa darsi? Perché siamo così affezionati al passato? Ma, a ben vedere, noi viviamo di reminiscenze. E non paghi della nostra memoria fisica, che giudichiamo fallace, inesaustiva, facciamo ricorso continuamente a protesi di ogni tipo. Dai documenti, di cui riempiamo inutilmente scaffali per preservare traccia di ogni minimo avvenimento - nascite, morti, diplomi, giudizi, sentenze - ai ritratti, alle fotografie, alle configurazioni elettriche o magnetiche di dischi rigidi e memorie informatiche. Come se potessimo essere in grado davvero di ricostruire da quei poveri brandelli scompaginati una realtà inesistente. E così, forzata da questa potente idolatrìa, la nostra vita si sviluppa entro i confini di gigantesche necropoli (i nostri uffici, le nostre case, i nostri musei, le nostre biblioteche) nelle quali celebriamo costantemente il culto di ciò che non c'è più. Tutto ciò nella più profonda convinzione che gli eventi del passato abbiano determinato ciò che ora siamo (Ora?). Siamo così convinti che il passato esista o sia esistito e per di più significhi qualcosa? Siamo così convinti cha ad una causa corrisponda sempre un effetto? Che esista la colpa piuttosto che l'innocenza? Capisco che queste affermazioni potrebbero suonare paradossali, addirittura folli (già più di un filosofo fu accusato di follia per aver affermato cose simili... a partire da Parmenide). Ma io non sono impazzito né ho perso contatto con la "realtà". E che tutto ciò che appare a un primo sguardo evidente e privo di problematicità - lapalissiano - in genere si rivela un abisso di oscurità non appena lo si investe di pensiero. E scopriamo così di aver sempre a che fare con delle fedi piuttosto che con un reale sapere. E che le nostre fedi abbracciano tutto quanto, tanto più ciò che consideriamo immediatamente evidente. E allo stesso modo scopriamo che, da sempre, ogni tentativo umano di avvicinarsi alla verità è consistito nel negare proprio ciò che è evidente e lapalissiano. Come se il mondo si divertisse a nascondercela la verità, ma non sotto un velo che ne rende appannate le forme; no! Piuttosto facendocela sembrere diversa, ma con lo stesso grado di definizione. Mettendoci sotto gli occhi, a portata dei nostri sensi, qualcosa che appare più che reale, incontestabile e al di sopra di ogni sospetto ma che però ha il trucco. Forse non potremo mai dire qualcosa di definitivo sul mondo che ci ospita e di cui facciamo parte. Di certo però quel che ci appare "reale" dovrebbe farci subito sospettare. E dovremmo fare esercizio di ribaltamento concettuale. Come fece Aristarco che per primo congetturò la possibilità (folle) che il sole stesse fermo in cielo e fosse piuttosto la terra a muoversi intorno a lui. E dunque se quel che appare "realissimo" è che ogni cosa origina da un'altra che l'ha causata, che questa inesauribile catena di cause ed effetti si sgrana nel tempo che scorre trasformando ciò che ORA è in già stato sulla base di leggi ferree e meccanicistiche. Se questo è quel che appare, perché non pensare, ribaltando l'apparenza, che nessun tempo scorra realmente. Che nulla, parimenti, sia determinato davvero se non quello che crediamo lo sia. Che il caso innocentemente giochi, nella nostra vita, un ruolo più grande di ogni determinismo, di ogni meccanicismo. E se davvero fosse la nostra coscienza a informare il mondo per com'è? E se davvero la nostra sostanza fosse come quella dei sogni?
P.S. Se qualche volenteroso volesse saperne un po' di più sull'argomento, può leggere un mio breve scritto in stile un po' più saggistico che costituisce la primissima bozza di una ricerca tutt'ora in atto cliccando su questo link.
Beh, ho letto, direi rapito, il tuo post e il tuo approfondimento (link). Se penso che tanti anni fa facevamo queste riflessioni insieme, vengo preso dalla nostalgia... del passato...? Nello spazio di 1.000 caratteri posso dire ben poco, se non che la mia predilezione per Kant è ancora forte, anche nello specifico tema del tempo, la cui idealità egli affermava in modo imperturbabile...! E' chiaro che la questione apre un universo di potenziale discussione e di ulteriore ricerca filosofica. Complimenti, amico.
Di
Rob
(inviato il 17/07/2009 @ 18:26:55)
Caro Andrea come promesso il giorno di Natale, ho letto(e riletto)il tuo scritto; trovo entusiasmante ciò che pensi e che scrivi, non volendo parlare della componente esistenziale del tempo, che fra l'altro mi strugge,l'evoluzione concettuale della sua componente reale invece mi affascina, adoro le neuroscienze ed ignoro(ahimè)la fisica,ciò nonostante tornerò a cercarti sperando di trovare ancora tanto da leggere, su cui poi riflettere. Sei una persona tutta da scoprire, scherzosamente mi verrebbe da dirti che non proferirò più verbo difronte a te, ma mi conosco e so che non accadrà. Grazie ed abbracci.
Di
Cosetta
(inviato il 28/01/2010 @ 09:28:17)
Ciao Cosetta. Ti ringrazio davvero per il benevolo commento. E' un argomento, quello del tempo, che in effetti ricorre spesso in quel che scrivo. Ma non mi diventare muta però... mi spiacerebbe assai. Spero davvero invece di avere occasione di poter fare quattro amabili chiacchiere con te(speriamo prima del Natale prossimo...). Un caro saluto. Andrea
Di
Sito web
(inviato il 29/01/2010 @ 21:50:54)
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