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 Quel che mi passa in testa... di Andrea
 
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Il teatro è bisogno di liberarsi dei propri pensieri insostenibili, mostrandoli...

Pierre Klossowski
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Metafisica delle cose
Di Andrea (del 08/11/2008 @ 18:37:48, in Storie, linkato 248 volte)
Al risveglio una breve fitta alla schiena non aveva lasciato presagire nulla di buono. Tuttavia le cose sembravano andare per il verso giusto. Soltanto qualche minuto più tardi, durante colazione, i muscoli della zona lombare subivano una contrazione d'improvviso, cui seguiva un dolore intenso, attanagliante.
E così mi ritrovavo fermo sulla sedia, in pigiama. E tutto diventava difficile. Persino acrobatica l'avventura dell'infilarsi i pantaloni e, soprattutto, le scarpe. Qualunque azione mi molestava intimamente, richiedeva un sacrificio anomalo, fastidiante.
Fosse stato un altro giorno, pensavo, non mi sarei certo mosso da casa. Ma quel giorno no. Non potevo starmene buono. Dovevo uscire. Se non l'avessi fatto, forse, avrei perduto qualcosa, e insieme con me, forse, qualcun altro l'avrebbe perduta. Per sempre. 
Era in quel giorno che sgomberavano il vecchio manicomio della mia città. Le stanze buie, serrate da decenni, si aprivano al mondo, ma fugacemente. Quell'apertura significava la fine. Tutto sarebbe stato spazzato via, via. Via le mura, via le suppellettili, via le cose, che erano appartenute a quel luogo, che erano state testimoni di tanta vita e di tanto dolore.
Un piccolo esercito di operai ignari era lì, pronto per rendere di nuovo alla funzione civile uno spazio che per troppo tempo aveva conosciuto soltanto buio, oblio. Quasi fosse necessaria una lunga stagione di purgazione, perché potesse essere dimenticato l'orrore, perché svaporasse il pensiero delle vite miserevoli che lì erano vissute.
Tempi andati. Ora, scrostati i segni del passato e i fantasmi che essi evocavano, tutto questo avrebbe fatto posto alla Novità.
Avevo dunque poco tempo, soltanto quella mattina, per avventurarmi, con la mia macchina fotografica, dentro quel luogo. E nessun dannato colpo della strega mi avrebbe fermato. 
Zoppicando come un vecchio e con il dolore che mi accompagnava ad ogni passo, mi sono trascinato davanti alla porta, finalmente aperta, che immetteva nel corridoio del manicomio. Non c'era ancora nessuno. Gli operai avevano cominciato dall'altro lato, avevo la mattinata a disposizione. Sono entrato. 
Perché ero lì? Percorrevo quel corridoio alla ricerca di qualcosa che testimoniasse della vita? Della eco della vita? Quella eco che senza dubbio risuona nelle cose che hanno avuto particolare prossimità con l'umanità e specialmente con il dolore? Ricercavo fantasmi? 
Dopo i primi scatti mi sono accorto che quel luogo parlava, sì, ma non di quello che avrei voluto sentire o creduto di dover sentire. 
Quelle mura, che io confidavo potessero fare specchio alla vita riportandomene un'immagine per quanto ectoplasmatica, in realtà erano esse stesse vive. Gli uomini, che per lungo tempo le avevano abbandonate avevano reso le cose alla loro solitudine. Il tempo aveva dunque agito. Aveva modellato la materia sì che le tracce umane ora erano confuse e indistinguibili o meglio era come se fossero conglobate in un tutto. Si erano riconciliate con le cose.
Non avevo trovato quello che cercavo. Ma dell'altro avevo trovato. Cercavo i segni della vita umana e avevo trovato la metafisica delle cose, un'altra dimensione in cui tutto si ricomprende, la lenta, paziente fatica del tempo che mescola e confonde. Che di un graffio inferto sul muro da una mano d'uomo fa un unico disegno con i licheni che dal di dentro sgretolano l'intonaco in cui quel graffio è inciso.
Questo ora mi sembrava dovesse essere colto. Non più il dolore, ma la pace, non la morte, ma la tenera, lieve  carezza del tempo sulle cose.
La coltre di polvere in cui tutto era immerso era calata, con leggerezza gentile, anche su una foglia penetrata chissà quando dai vetri squarciati delle finestre e che ora era lì, davanti ai miei occhi, quasi reclamasse di essere fissata in quell'istante per l'eternità. Il tempo delle cose è così diverso da quello degli uomini, pensavo mentre scattavo la foto. Riuscissi a fissare davvero quella forma e cogliere quella meravigliosa ed effimera unità. 
Il tempo degli uomini stava per tornare. Essi, che per distrazione o incuria, avevano lasciato per lunghi anni quel luogo come un'isola dimenticata, ora stavano per riprenderselo, lo riportavano alla "loro" vita. Altre storie quelle pareti avrebbero visto e altre grida, altri pianti e altre feste finché il tempo delle cose, nella sua infinita pazienza, non sarebbe tornato a coprirle di nuova polvere.
Ma non proprio tutto sarebbe scomparso mi dicevo, mentre - la schiena sempre più dolorante - mi trascinavo con fatica fuori, nella luce. A me è giunto il messaggio della foglia e forse qualcun altro l'apprenderà dall'immagine di lei che, gelosamente, custodisce la fredda memoria di silicio della macchina fotografica e, forse, anche da quella più calda, misteriosa e romanzesca fissata nella materia grigia del mio cervello.
Le fitte alla schiena erano ormai pressoché insopportabili. Non c'è cosa che si comprenda che non richieda dolore, pensavo.




La foglia in terra
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# 1
Metafisica delle cose... Affascinante teoria, che richiederebbe chissà quali spazi di discussione. C'è dunque un tempo delle cose, diverso da quello degli uomini? Questo post suscita, nel più nobile intento della filosofia, un interrogativo profondo e, nel contempo, offre un notevole spunto di riflessione. Trovo interessante questo aspetto: la metafisica delle cose mostra come alle malefatte dell'uomo e alla sua dolorosa esistenza terrena, possa dolcemente sovrapporsi un'altra dimensione temporale: "Questo ora mi sembrava dovesse essere colto. Non più il dolore, ma la pace, non la morte, ma la tenera, lieve carezza del tempo sulle cose."
Di  Roberto  (inviato il 09/11/2008 @ 09:57:52)
# 2
Metafisica delle cose, atto II: ho riflettuto ancora sulla interessante teoria che proponi in questo post. Potrei aggiungere, dal mio punto di vista, che interpreto la matafisica delle cose nella dimensione profonda di questa ulteriore domanda: "Che vi sia un tempo (per così dire) puro, che la finitezza umana carica di negatività e di nichilismo?"
Di  Roberto  (inviato il 09/11/2008 @ 12:33:17)
# 3
La tua seconda intuizione in un certo senso mi trova d'accordo. Discuterne nel poco spazio di questo commento non è ovviamente possibile. Mi riservo quindi di farlo personalmente in un nostro prossimo incontro.
Di  Sito web  (inviato il 09/11/2008 @ 13:35:11)
# 4
commovente e...sbalorditivo se confronto questo testo così penetrante, potente e pregnante con il tuo modo di presentarti al mondo, prudente e umile quasi sentissi ogni volta il dovere di chiedere il permesso per poterti esprimere. Ancora complimenti Andrea. Con affetto e stima Ferdinando
Di  ferdinando benedetti  (inviato il 12/11/2008 @ 00:20:31)
# 5
… il libero arbitrio è o non è un’illusione ? E’o non è il Caso che si occupa dello spessore del nostro probabile?
Di  enrico dignani  (inviato il 17/11/2008 @ 18:55:54)
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